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Un letterato veneziano del Cinquecento, Ludovico Dolce

Informazioni tesi

  Autore: Francesca Proietti
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Letteratura e Lingua. Studi italiani ed europei.
  Relatore: Beatrice Alfonzetti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 374

Scrittore poliedrico e fecondo, grande divulgatore della letteratura italiana e del patrimonio classico nella sua Venezia e non solo, Ludovico Dolce occupa un posto di rilievo nello studio della letteratura veneta cinquecentesca. Nonostante la scarsa attenzione suscitata nel corso degli ultimi secoli, Dolce si afferma con prepotenza come uno dei letterati cinquecenteschi che contribuirono alla rinascita della tragedia moderna, all’affermazione della lingua volgare e di quel bagaglio culturale nazionale che ancora oggi riconosciamo come tradizione, da Boccaccio ad Ariosto, da Petrarca a Dante del quale è proprio Dolce a consacrare in sede tipografica Divina la sua Commedia.
Questa tesi si occupa di analizzare le otto tragedie scritte, rappresentate e pubblicate da Ludovico Dolce nel corso della sua vita, cercando non solo di individuare le caratteristiche stilistiche della scrittura tragica dolciana, ma provando ad inquadrare le tragedie in un ambiente culturale e politico tanto particolare come quello veneziano nei decenni centrali del Cinquecento.

si tenterà di inquadrare quindi l’attività di Dolce nel suo contesto storico con particolare attenzione alla vita in tipografia dell’autore e ai suoi legami con i membri di una classe di uomini di cultura che lo mette necessariamente in contatto con i grandi temi politici e religiosi dell’epoca, tra Riforma e Controriforma cattolica.
Come vedremo attraverso i dati ad oggi conosciuti sulla stampa dei libri a Venezia nel Cinquecento, Ludovico Dolce si presenta come un unico, eccezionale esempio di infaticabile scrittore, con un numero di pubblicazioni a suo nome che supera quello di tutti gli altri poligrafi frequentanti Venezia in quegli anni. In una produzione tanto vasta, le tragedie occupano certamente un ruolo centrale perché è attraverso i versi tragici si ritrova spesso una lettura della storia contemporanea.
Dolce offre così un quadro decisamente esaustivo dei suoi rapporti con la società letteraria della sua epoca, portando allo stesso tempo importanti testimonianze sulla storia della tragedia nel cinquecento e non solo.
Seguendo l’intero percorso tragico di Dolce si ha la possibilità di individuare lo sviluppo della sua tragedia e studiare l’influenza dei modelli presi come riferimento dall’autore. Seneca, Giraldi Cinzio, Trissino, Aretino e gli altri compongono un complicato mosaico di fonti più o meno evidenti da cui Dolce trae spunto per creare le sue opere drammatiche. L’intarsio creato permette di dare alla luce opere di incredibile successo, riuscite a tal punto da avere una diffusione tale da finire nelle pagine tragiche del resto d’Europa, come nel caso della Giocasta. La produzione di Dolce, non considerata con grande rilievo oggi, è uno dei rari esempi di successo continuo ed ininterrotto di un autore tagico. Tutte le sue tragedie vengono pubblicate molte volte, rappresentate, diffuse, senza eccezione. Partendo da queste premesse si è tentato, in questa tesi, di offrire un quadro, certamente non esaustivo, della scrittura tragica di un autore tanto noto nel Cinquecento quanto trascurato nelle pagine odierne.
Il percorso tragico di Ludovico Dolce si sviluppa per gran parte del secolo XVI, occupando il periodo che porta dalla tragedia di stampo umanistico inaugurata dai fiorentini dei primi decenni del Cinquecento a quella manierista. Dolce assume, in questo contesto, un’importanza non trascurabile, perché è tra i pochi autori di questo periodo ad aver prodotto un numero abbastanza consistente di tragedie, otto, tale da permetterci di osservare da vicino gli sviluppi della sua scrittura.

Le sue prime prove tragiche, scritte tutte negli anni quaranta del Cinquecento, rappresentano già un indicatore certo di come Dolce intenda sviluppare la sua scrittura tragica. Se l’Hecuba e il Thyeste si inseriscono senza dubbio in una corrente che si rifà in modo fedele agli antichi e alla tragedia sperimentata nei primi decenni, già con la Didone Dolce trova una sua personale direzione, discostandosi persino da un autore come Giraldi Cinzio, che scrisse una Didone pochi anni prima e che è fino all’ultimo uno dei modelli favoriti del poligrafo veneziano.
Tutte le otto opere tragiche di Dolce hanno sullo sfondo la guerra, il bene pubblico e la fortuna, tre temi cari all’autore. Accanto a questi argomenti Dolce ne sviluppa altri che vanno a costruire la sua tragedia: il Principe e la tirannide, il ruolo delle donne nella società, la religione, la volontà divina, lo scontro tra il volere del singolo e quello della collettività.
La tragedia si carica di molteplici significati. Non è un momento spettacolare o celebrativo ma un impegno dell’autore ad educare il pubblico, perseguendo anche nella sua produzione drammatica quella intenzione pedagogica che caratterizza tutta la sua attività e che lo rende precursore dei tempi, proprio perché un analogo recupero del teatro come strumento di educazione verrà elaborato secoli dopo.

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1 Introduzione Scrittore poliedrico e fecondo, grande divulgatore della letteratura italiana e del patrimonio classico nella sua Venezia e non solo, Ludovico Dolce occupa un posto di rilievo nello studio della letteratura veneta cinquecentesca. Nonostante la scarsa attenzione suscitata nel corso degli ultimi secoli, Dolce si afferma con prepotenza come uno dei letterati cinquecenteschi che contribuirono alla rinascita della tragedia moderna, all’affermazione della lingua volgare e di quel bagaglio culturale nazionale che ancora oggi riconosciamo come tradizione, da Boccaccio ad Ariosto, da Petrarca a Dante del quale è proprio Dolce a consacrare in sede tipografica Divina la sua Commedia. 1 Grazie alle numerose pubblicazioni e alla varietà dei generi delle opere stampate sotto suo nome, Ludovico Dolce guadagna nel suo secolo un ruolo principe nella grande opera di divulgazione della letteratura, e anche del libro stampato, grazie anche alla condivisione dello stesso fine con il suo principale collaboratore, Gabriele Giolito de Ferrari. Il catalogo giolitino, cui Dolce contribuisce in modo consistente, “tende a rappresentare l’intera esperienza letteraria cinquecentesca”; 2 proprio per questo motivo l’intera attività di Ludovico Dolce, svoltasi quasi totalmente nella tipografia di Giolito, ci sembra rappresenti un’importante testimonianza dello sviluppo letterario volgare cinquecentesco. Questa tesi si occupa di analizzare le otto tragedie scritte, rappresentate e pubblicate da Ludovico Dolce nel corso della sua vita, cercando non solo di individuare le caratteristiche stilistiche della scrittura tragica dolciana, ma provando ad inquadrare le tragedie in un ambiente culturale e politico tanto particolare come quello veneziano nei decenni centrali del Cinquecento. 1 E’ di Dolce l’edizione La Divina Comedia di Dante, di nuovo alla sua vera lettione ridotta con lo aiuto di molti antichissimi esemplari, Venezia, Gabriele Giolito de Ferrari, 1555. 2 Amedeo Quondam, La letteratura in tipografia, in Letteratura italiana 2, produzione e consumo, Torino, Einaudi, 1983, p. 647.

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