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Gli indicatori dello sviluppo economico e sociale nelle regioni italiane: un'analisi di lungo periodo.

Informazioni tesi

  Autore: Simone Carpentiero
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Sassari
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia e Management
  Relatore: Lucia Pozzi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 25

L’Italia è uno dei Paesi europei in cui le differenze regionali sono più antiche e marcate, già in epoca tardo medioevale, infatti, era evidente un profondo divario tra Nord e Sud che si sarebbe accentuato sempre di più fino all’epoca dell’Unità e soprattutto negli ultimi decenni dell’Ottocento. Quantificare questa diversità tra le due aree del Paese per il periodo immediatamente seguente è un’operazione complicata. Le numerose stime esistenti, infatti, sono ancora controverse. Molti studiosi sono concordi, però, nel ritenere che il divario economico tra le due aree del paese cominci ad aumentare in misura rilevante a partire dai primi anni settanta dell’Ottocento. Tutto ciò avviene in concomitanza con l’avvio del processo d’industrializzazione delle regioni del Nord-Ovest (candidate “naturali" grazie alla loro posizione geografica, alle risorse naturali, al capitale umano e sociale) e con il declino del settore manifatturiero nel Mezzogiorno, interessando in misura diversa tutte le regioni meridionali. In quest’ultimo trentennio si traccia, dunque, quel divario economico tra Nord e Sud che sarà destinato ad aumentare per tutta la prima parte del Novecento e che costituirà il modello di sviluppo dualistico a cui ancora oggi siamo abituati.
A cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, la produzione industriale italiana crebbe a tassi sostenuti. La crescita dell'industria non solo modificò la struttura, ma anche la geografia economica dell’Italia. La superiorità Nord-Ovest divenne pertanto netta: nel primo decennio del Novecento, infatti, più del 50 per cento del valore aggiunto dell'industria proveniva dal triangolo industriale, mentre solo poco più del 15 per cento dal Sud. Al fine di spiegare questa differenza è utile però prendere in considerazione anche altri indicatori di carattere non prettamente economico. L’utilizzo di misure di carattere sociale consente di comprendere in maggiore profondità il significato dei divari di sviluppo esistenti nel nostro paese.
In effetti, alcune differenze a vantaggio del Nord, quali la più vasta presenza dell’industria serica, un migliore sistema ferroviario, e un’alfabetizzazione più generalizzata, costituivano condizioni favorevoli nel processo di modernizzazione e industrializzazione, contribuendo al più rapido decollo del Nord.
I divari interni di sviluppo, che storicamente caratterizzano l’Italia, rimangono ancora oggi rilevanti; infatti, come abbiamo già osservato, l’Italia è uno dei Paesi membri dell’Unione europea in cui gli indicatori di disparità regionale assumono i valori più elevati.
Ciò che sembra caratterizzare il caso italiano non è tanto l’ampiezza di questi squilibri, quanto la loro persistenza nel tempo che ne determina l’ormai conosciuta differenza tra settentrione e meridione.
Gli squilibri regionali, e soprattutto, il dualismo Nord-Sud, costituiscono dunque una caratteristica strutturale dell’Italia, complicata da diversità sociali e culturali anch’esse di vasta portata.
Alcune di queste differenze vengono colmate con il tempo, così come alcune diversità socioculturali si sono attenuate; per altre, invece, non si è stata ancora trovata una soluzione ed esse restano tuttora drammaticamente aperte; provocando così tensioni quotidiane che spinge l’Italia ad inventare nuove soluzioni a vecchi e irrisolti problemi. Sono molti però i grandi Paesi, compresi gli Stati Uniti, in cui perdurano nel tempo forti divari che non accennano a colmarsi. Anzi, si può anche dire che l’Italia è uno dei Paesi più consapevoli del problema, sempre pronto a intervenire, anche se gli interventi messi in atto nel tempo non sono stati sempre efficaci.

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3 1. Introduzione L’Italia è uno dei Paesi europei in cui le differenze regionali sono più antiche e marcate, già in epoca tardo medioevale, infatti, era evidente un profondo divario tra Nord e Sud che si sarebbe accentuato sempre di più fino all’epoca dell’Unità e soprattutto negli ultimi decenni dell’Ottocento. Quantificare questa diversità tra le due aree del Paese per il periodo immediatamente seguente è un’operazione complicata. Le numerose stime esistenti, infatti, sono ancora controverse. Molti studiosi sono concordi, però, nel ritenere che il divario economico tra le due aree del paese cominci ad aumentare in misura rilevante a partire dai primi anni settanta dell’Ottocento. Tutto ciò avviene in concomitanza con l’avvio del processo d’industrializzazione delle regioni del Nord-Ovest (candidate “naturali" grazie alla loro posizione geografica, alle risorse naturali, al capitale umano e sociale) e con il declino del settore manifatturiero nel Mezzogiorno, interessando in misura diversa tutte le regioni meridionali. In quest’ultimo trentennio si traccia, dunque, quel divario economico tra Nord e Sud che sarà destinato ad aumentare per tutta la prima parte del Novecento e che costituirà il modello di sviluppo dualistico a cui ancora oggi siamo abituati (Figura 1). Figura 1. Il divario di sviluppo 1861-1996. Andamento del PIL pro capite (PPA in dollari internazionali 1990) nel Mezzogiorno e nel Centro-Nord nel periodo 1861- 1996. Fonte: Daniele V. (2002), Divari di sviluppo e convergenza regionale in Italia. Un esame per il periodo 1960-1998 – pag.4, Working paper, settembre. A cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, la produzione industriale italiana crebbe a tassi sostenuti. La crescita dell'industria non solo modificò la struttura, ma anche la geografia economica dell’Italia. La superiorità Nord-Ovest divenne pertanto netta: nel primo decennio del Novecento, infatti, più del 50 per cento del valore aggiunto dell'industria proveniva dal triangolo industriale, mentre solo poco più

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