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Elementi per una sociologia della riproduzione

Informazioni tesi

  Autore: Alex Viaro
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Scienze psicologiche
  Relatore: Graziano Cecchinato
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 90

Comunità ed individuo si scambiano informazioni sul mondo. Perché è «psicologica» una sociologia della riproduzione? Se è vero che non possiamo fare a meno di afferire ad una società per essere ciò che siamo e che il contatto con essa ci plasma lasciandoci le sue tracce, allora il distanziarsi dall'homo quel tanto da poter cogliere l'humanitas nel suo insieme potrebbe avere una portata euristica per comprendere il comportamento - oggetto di studio squisitamente psicologico. Il processo a cui siamo ora interessati è la riproduzione sociale e sappiamo che affinché una società si riproduca occorre in primo luogo che vengano conservate le informazioni che la pongono in essere e queste possono essere interpretate solamente dagli individui che la popolano.
Recuperato lo scarto della riduzione fenomenologica, il cui scopo programmatico è arrivare all’essenza della cosa in sé sospendendo il giudizio, Heidegger ricorda che il mondo «mondeggia» (welten). Lo scarto fenomenologico è qualcosa, e questo qualcosa è parte integrante della quotidianità che esperiamo. A molti anni di distanza, con la Lettera sull’umanismo (1947) Heidegger, in polemica con gli esistenzialisti, prende posizioni nette e spiega che “il linguaggio è la casa dell’essere”. Per noi oggi è chiaro, svelato, che la società contemporanea è sostenuta dall’uso del linguaggio orale e scritto: in questa prospettiva la società può essere colta come un fatto linguistico oppure, per dirla con Wittgenstein, potremmo aver coscienza di partecipare ad un gioco linguistico su grande scala.
L’antropologia filosofica fin dall’inizio del Novecento assume come propria la posizione che la nota characteristica dell’uomo è l’apertura – alla possibilità –, quindi di esser gettato incompleto. Da un punto di vista evoluzionistico, questa incompletezza è tout court un vantaggio ecologico in quanto permette l’adattamento a nicchie eterogenee. Infatti al momento in cui siamo gettati noi non conosciamo il mondo – siamo programmi-incompleti –, nasciamo e lo apprendiamo per poi ri-nascere in un mondo simbolico storicamente già dato.
Il fatto è che non già da sempre siamo stati animali linguistici, il linguaggio orale può essere vista come una «singolarità tecnologica» di un lontano passato e, come McLuhan spiega, “qualunque apporto tecnologico non può far altro che aggiungersi a ciò che siamo”. Dopo l’estensione di un medium intellettuale ci potremmo chiedere cosa eravamo e cosa siamo ora, oppure cosa siamo rimasti. È molto più semplice rispondere alla seconda domanda: siamo rimasti un corpo.
Da tutto ciò emerge un corpo immerso in un mondo linguistico, linguistico in due modi: sostenuto dall’uso del linguaggio e appreso e strumentalizzato attraverso l’esercizio del linguaggio. Se non si può essere sociali senza comunicare e se le nostre società sono giochi linguistici, allora pare che la riproduzione sociale avvenga su questo canale, canale in cui negoziamo i significati da applicare sulla superficie della realtà ontica.
Muovendo da questa riflessione, per riprodurre una società – un gioco linguistico su grande scala – occorre esporre ai corpi – sempre su grande scala – una narrazione, al fine di assegnarci un perimetro di possibilità, per farli cioè divenire le sue parti che sfumano nell’entropia.

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1 I – Introduzione I am quite conscius of the violence I must use doing so. My excuse is that is only trough the knife of the anatomist that we have the science of anatomy, and that the knife of the anatomist is also an instrument which explore by doing violence. God & Golem, Inc. Norbert Wiener, 1964 La prima volta che aprii un libro di psicologia sociale mi chiesi che ci fosse di «psicologico» nel nostro stare insieme. Poi misi tra parentesi quello che davo per scontato sulla socialità, occultata dalla sua quotidianità, e all’improvviso mi accorsi che stare insieme non è così banale come poteva apparirmi, anzi. Un concerto di processi cognitivi nascosti alla mia coscienza si presentò d’un tratto nell’interazione con i miei conspecifici. Scoprii che esiste in me un qualcosa che mi permette di avere degli scambi sociali, che ha una sua struttura innata ma modulata da ciò che ho appreso nei contatti pregressi, da quello che ho visto fare e da quello che ho saputo perché mi è stato raccontato. Insomma, lo stare insieme, così, è una possibilità del nostro esserci, ma necessità del nostro «essere umani» – l’homo sapiens è homo socius 1 , l’uomo per natura è un animale sociale 2 . È vero, l'uomo non è mai stato solo. Certo, è possibile rintracciare nel nostro lignaggio filogenetico un nostro antenato che amasse la solitudine, a patto che si risalga agli albori. Nemmeno la storia ontogenetica non è mai una storia di segregazione. Più tardi leggendo il testo di psicologia di comunità la domanda si rinnovò, cosa c’è di «psicologico» nell’ambiente sociale? Partendo dal fatto che non si dia «ambiente sociale» senza socialità, cioè al nostro riuscire a stare assieme, non c’è stare assieme che non faccia emergere un ambiente sociale. Ora, ambiente è «ciò che sta intorno» – al soggetto – e quello sociale è la dimensione che si esperisce quando si 1 Berger, P. L. & Luckmann, T. (1966) La realtà come costruzione sociale 2 Aristotele, Politica

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