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Gli accordi di Bretton Woods - Origini e funzionamento

Informazioni tesi

  Autore: Alessandro Calicchio
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi del Sannio
  Facoltà: Scienze Economiche e Aziendali
  Corso: Economia aziendale
  Relatore: Ennio De Simone
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 84

Nel grande fermento dei «postwar plans», i problemi monetari assunsero il primo posto precedendo i programmi di ricostruzione economica e gli stessi progetti politici.
La nascita e la redazione dei due importanti piani monetari, il Piano Keynes e il Piano White, presentati soltanto come basi per ulteriori discussioni e non come formulazioni definitive, convergevano nel comune riconoscimento della necessità di una pianificazione internazionale post-bellica, monetaria e credi-tizia, per evitare il ripetersi delle rivalità che avevano caratterizzato i rapporti fra i diversi paesi nel periodo successivo alla grande crisi e per assicurare al mondo il ritorno ad un regime normale di scambi e ad una maggiore libertà degli stessi.
Entrambi i piani mescolavano al loro interno elementi fortemente innovativi con elementi ripetitivi di modelli convenzionali. Il piano inglese proponendo l’istituzione di una «International Clearing Union», poneva a base del sistema una nuova moneta internazionale denominata «bancor»; il piano USA, invece, l’istituzione di un «Fondo di stabilizzazione internazionale» basato anch’esso su di una moneta internazionale denominata «unitas».
Il Fondo o la Clearing Union dovevano permettere il superamento di crisi temporanee della bilancia dei pagamenti attraverso le loro linee di credito. Nel piano White era riconosciuta la necessità di raccogliere inizialmente tra tutti i paesi partecipanti un largo fondo monetario allo scopo di fornire ai paesi deficitari quelle disponibilità di moneta estera di cui essi avrebbero avuto bi-sogno per far fronte alle obbligazioni di natura internazionale. Il piano Ke-ynes, invece, poggiava sull’ipotesi di un’effettiva volontà o predisposizione da parte delle nazioni membri ad accettare pagamenti di somme ad esse dovute non in moneta, ma sotto forma di registrazioni nei libri della Clearing Union. Si trattava quindi di un sistema nel quale ciascun paese poteva far ricorso a uno scoperto di conto in caso di difficoltà, secondo un principio di compensa-zione. L’introduzione del «bancor», quale unità di conto, sminuiva di fatto il ruolo dell’oro, che non avrebbe rivestito funzioni essenziali, perché la finalità del progetto inglese era di recidere ogni legame con il gold standard. Per con-tro, il piano USA , seguendo un approccio più tradizionale, sottolineava il principio della libertà commerciale e l’ancoraggio all’oro tale da non essere infondato il paragone con il gold exchange standard, rispetto al quale White aveva previsto modifiche limitate.
L’ambizione di Keynes e White, sfociata poi anche nella conferenza mone-taria e finanziaria del 1944, era di organizzare un autentico sistema monetario internazionale che comprendesse o integrasse sistemi nazionali definiti.
Lo sforzo dei protagonisti che parteciparono alla conferenza del 1944 fu di co-struire un sistema su solide fondamenta: nel breve periodo, la piena occupazione doveva essere il risultato di un mix di politiche monetarie e fiscali, mentre gli in-terventi degli organismi istituiti con gli Accordi erano indispensabili per far fron-te alle difficoltà nella bilancia dei pagamenti e alle oscillazioni dei cambi; nel medio termine, il permanere di squilibri «fondamentali» avrebbe portato alla in-troduzione di politiche volte alla variazione della parità.
In altri termini, eventuali conflitti tra equilibrio interno ed esterno potevano es-sere superati mediante politiche commerciali per superare difficoltà temporanee, mentre il tasso di cambio rimaneva lo strumento per far fronte a problemi di na-tura strutturale.
In definitiva il tentativo degli Accordi fu di sviluppare un disegno coerente, ca-pace di superare gli inconvenienti presenti fra le due guerre. La visione che si stava diffondendo, infatti, era la convinzione dell’inefficacia dei meccanismi di mercato, orientando la scelta sugli strumenti di politica economica a disposizione, e quindi sull’introduzione di istituzioni monetarie responsabili nell’adempiere a quelle funzioni prima affidate al mercato.
Se gli Accordi definirono in modo chiaro la struttura del sistema (parità fisse definite dall’oro ma aggiustabili, libertà per i pagamenti correnti, finanzia-menti internazionali per assicurare stabilità e convertibilità, organo interna-zionale di consultazione e decisione), dall’altro, essi furono però contrasse-gnati da un compromesso, tra le due ipotesi iniziali, risultato di un confronto politico e tecnico, che non avrebbe fatto ben sperare per il futuro.

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2 CAPITOLO I I sistemi monetari tra stabilità e crisi 1.1 Il gold standard «Nel corso della storia diverse merci hanno svolto la funzione di standard mo- netario, ma la maggiore preminenza è sempre stata detenuta dall’oro e argento. La funzione di uno standard monetario è definire l’unità di conto di un siste- ma/unità in cui tutte le altre forme di moneta sono convertibili» 1 . A partire da metà dell’Ottocento emersero tre sistemi monetari: - Monometallismo aureo, presente inizialmente solo in Inghilterra; - Bimetallismo, fondato sull’oro e argento, presente in Europa e negli Stati Uniti d’America; - Monometallismo argenteo in Asia. Le caratteristiche comuni di questi sistemi consistevano nella presenza di un tallone, cioè di un metallo a base del sistema, di libero conio (chiunque poteva chiedere di coniare monete col metallo di cui si disponeva), e infine di potere li- beratorio illimitato, in virtù del quale non si poteva rifiutare la suddetta moneta per l’adempimento di una obbligazione. 1 R. CAMERON, Storia economica del mondo. Dalla preistoria ad oggi, Bologna, 1993, pag. 443.

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