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Michelangelo Antonioni e Wim Wenders: ''Al di là delle nuvole''. Due registi, due sguardi.

“Al di là delle nuvole” presenta interessanti spunti di riflessione: da un lato come operazione su cui ha gravato il dubbio di un presunto plagio da parte di Wenders ai danni di Antonioni, considerate le difficoltà che il regista ferrarese avrebbe avuto nel portare a termine il film; dall’altro si tratta comunque dell’ultimo film, in ordine di tempo, di Antonioni e del primo dopo l’ictus che lo aveva colpito nel 1983, ed è l’adattamento di quattro suoi racconti.
Da queste premesse è nato un film che indaga sulla professione del regista e sui problemi dell’immagine: per questo nella prima parte del lavoro abbiamo approfondito questi temi collegandoli ai due registi e ai loro scritti come a saggi teorici su questi argomenti. Introduzione che abbiamo ritenuto fondamentale per poi approfondire l’analisi del film.
Sulla trasposizione di quattro racconti di Antonioni abbiamo analizzato parallelamente i racconti scritti e gli episodi del film, evidenziandone le affinità e le differenze, indicandone le linee tematiche principali e le modalità di caratterizzazione dei personaggi, che trovano radici profonde nella concezione antonioniana: disagio, alienazione, malattia dei sentimenti. Il tutto legato da una cornice, la parte girata da Wenders, che pone il problema del ruolo del regista tedesco. Per dare una risposta a questo interrogativo, che ha fatto discutere a lungo la critica ci siamo affidati inizialmente al diario Il tempo con Antonioni in cui Wenders racconta l’esperienza della lavorazione del film. Abbiamo poi integrato quanto da lui affermato con altro materiale: il documentario Fare un film è per me vivere che presenta il backstage del film, e un’intervista con Enrica Antonioni, che è stata collaboratrice artistica al film e ne ha seguito tutte le vicende. In questo modo abbiamo avuto modo di venire a conoscenza delle enormi difficoltà che il film ha incontrato, ma anche del grande sforzo che Antonioni ha compiuto, anche in contrasto con Wenders, perché Al di là delle nuvole fosse il suo film.
Dopo aver meglio delineato gli interventi dei due registi abbiamo cercato di individuare continuità e novità rispetto alla loro cinematografia precedente individuando maggiore continuità soprattutto nella parte antonioniana con l’opera precedente del regista ferrarese. La parte wendersiana è invece risultata da questo punto di vista meno significativa, se si eccettua l’intermezzo della scena sulla collina. Senza voler rendere il film una summa dell’intera opera di Michelangelo Antonioni indubbiamente anche da questa analisi è emerso quanto il film sia da considerarsi suo.
Nell’ultima parte del lavoro siamo ritornati a quello che può essere considerato uno dei temi forti del film: lo sguardo e le sue implicazioni sull’immagine e sulla professione del regista.
Ecco allora manifestarsi nella cornice una figura di regista che da una posizione esterna al mondo, quasi un angelo, sceglie di incarnarsi in un corpo, scendere sulla terra per osservare da vicino, raccogliere tracce (fotografie, cartoline, copie) e rielaborarle attraverso l’immaginazione narrativa. Le parole che questo regista, interpretato da John Malkovich, pronuncia sono però di Antonioni, parole che ripercorrono le tappe del pensiero del regista ferrarese e che trovano espressione nelle scelte registiche del film come realizzazione di un pensiero in fieri che è la base dell’ideologia antonioniana. Viene chiamato in causa lo spettatore, che si trova a dover colmare quello che viene definito lo spazio aperto del film e che tecnicamente si colloca nell’eccedenza delle inquadrature. Da questo deriva per il regista un “destino di solitudine” ricordato anche nel finale del film, dovuto alla molteplicità degli accessi possibili ad esso nel momento in cui viene consegnato ad un altro sguardo, quello dello spettatore. Penetrando a fondo nelle maglie del racconto cinematografico abbiamo analizzato la riorganizzazione dei rapporti con lo spettatore, un estremo appello alla lettura degli spazi aperti dell’opera secondo una visione che accomuna profondamente i due registi.
Alla base Al di là delle nuvole resta un film di Antonioni: dove le immagini non sono del regista ferrarese sono accompagnate dalle sue parole e dalle sue riflessioni sullo sguardo e sull’immagine, sulla sua personale concezione del fare cinema. In molti punti questa si intreccia a quella del regista tedesco e trova, nella fusione dei due sguardi, una nuova forza e un diverso, più profondo vigore, come accade nel piano sequenza finale di Wenders che vede il regista sparire in una dissolvenza in nero mentre la voce over parla proprio di quella realtà assoluta e misteriosa che si cela dietro l’immagine rivelata e che nessuno vedrà mai.

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4 INTRODUZIONE Alla sua uscita nelle sale, Al di là delle nuvole ha riscosso grandi consensi da parte del pubblico, accorso numeroso ad assistere alle proiezioni, ma é stato duramente attaccato da ampi settori della critica su molte e diverse questioni che riguardano soprattutto il presunto plagio su Antonioni da parte di Wenders. Le spiegazioni, le difese che alcuni hanno tentato, in realtà non hanno aiutato a comprendere meglio il film: é il caso dell’opinione di Bernardo Bertolucci che esaltò la vena di ‘cinéphile’ che aveva portato Wenders ad accettare di farsi da parte, ma restare vicino al grande maestro per aiutarlo nella sua forse ultima impresa 1 . Certamente un’opinione come questa, e altre che si muovono nella stessa direzione, non gettano una luce molto positiva sull’opera, e lasciano in secondo piano tutte quelle implicazioni che una collaborazione fra due registi per certi versi simili, ma per altri così diversi come Antonioni e Wenders porta necessariamente con sé, e soprattutto lasciano decisamente in ombra il film in se stesso, poco “visto”, e poco analizzato nei suoi contenuti e nei suoi aspetti formali ed estetici. Presentato appunto come l’ultimo film di Michelangelo Antonioni in versione ancora provvisoria alla Mostra del Cinema di Venezia nel settembre 1995, Al di là delle nuvole é in realtà un film composito, scritto e realizzato a quattro mani da Michelangelo Antonioni e da Wim Wenders, e con la collaborazione alla sceneggiatura di Tonino Guerra. Da questo deriva necessariamente una compresenza all’interno dell’opera di stili e di ritmi narrativi differenti, che lo spettatore avverte soprattutto nella prima 1 L’intervento di Bernardo Bertolucci era apparso su “Repubblica” dopo la recensione sul film di Irene Bignardi ed è stato poi pubblicato su “Filmcritica” n. 462, febbraio 1996, p. 370.

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Rita Rossella Contatta »

Composta da 167 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.