Questo sito utilizza cookie di terze parti per inviarti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più clicca QUI 
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie. OK

Compiti evolutivi dei nuovi adolescenti: alla ricerca dell'identità nella società contemporanea

Il mio lavoro di tesi è dedicato allo studio dei compiti evolutivi adolescenziali, in particolare alla formazione dell’identità personale e sociale.
Per far ciò ho preso in considerazione in particolare le concettualizzazioni di Blos (1967), che considera la fase adolescenziale come un secondo processo di separazione e individuazione, e la teoria dello sviluppo dell’Io di Erikson (1950), che individua quale compito principale degli adolescenti la conquista dell'identità, cioè l’integrazione tra le diverse parti della personalità e la continuità storica dell’Io, che definisce i propri compiti e la propria posizione all’interno delle relazioni sociali (Erikson, 1950).
Erikson sviluppa un approccio in cui l’individuo è da subito in relazione con la cultura.
Questo mi ha condotto a riflettere sulle società premoderne, in cui i compiti evolutivi erano facilitati dall’organizzazione sociale: la fase adolescenziale era considerata una fase di passaggio, corrispondeva cioè al periodo in cui si celebravano i riti di passaggio dall’infanzia all’età adulta.
La concettualizzazione sociologica e antropologica dei riti deve il suo maggior contributo a Van Gennep, antropologo che ha analizzato i riti descrivendoli come successioni di fasi con un preciso ordine, costituiti da determinate azioni produttrici di significato. Fondamentali erano le prove iniziatiche, grazie al superamento delle quali l’individuo era considerato un membro della comunità adulta.
Risulta evidente la distanza tra questo modello e quello dell’attuale società contemporanea. Nella società contemporanea mancano tali punti di riferimento e anche il ruolo della famiglia è cambiato.
i genitori hanno introdotto nella realtà della loro relazione educativa cambiamenti valoriali, normativi ed affettivi che hanno prodotto notevoli conseguenze sullo svolgersi dei processi di separazione dell’ adolescente. La prospettiva infatti che guida la coppia genitoriale definita “affettiva” dallo psicoanalista pietropolli charmet, è quella di trasmettere affetto, abbassando in modo cospicuo, rispetto alla famiglia “etica”, il tasso di dolore mentale da somministrare al figlio a scopo educativo.
Il rischio è di negare ai figli punti di riferimento utili per conquistare il Sé adulto (Maggiolini, Charmet, 2004).
Pertanto i ragazzi sono indotti ad attraversare le fasi della vita, caratterizzate da soglie meno definite e reversibili, senza comprendere il valore della trasformazione e senza avere a disposizione delle guide, intese anche come obiettivi, che li accompagnino verso il significato dei cambiamenti in atto.
L’adolescente di oggi è alle prese con una società complessa, “una sorta di giungla e deserto esperienziale, dove le occasioni sono infinite, ma le coordinate assenti” (Fabbrini, Melucci, 1992) e, nel momento in cui il mondo adulto dovrebbe fare da interlocutore e da confine, l’adolescente incontra il vuoto e annega nell’incertezza (Bauman, 2001).
Di conseguenza il passaggio o non è percepito o è vissuto come un trauma, come una crisi che indebolisce l’individuo anziché fornirgli nuova forza.
questo discorso mi ha portato ad affrontare la strategia, adottata da una parte dei ragazzi, per affrontare questo disagio evolutivo: l’adozione dei comportamenti a rischio.
L’adolescente tramite il rischio ricerca attivamente la simbologia dei riti di passaggio, costruendo in modo fittizio l’esperienza della prova che consente di testare i propri limiti.
Per far ciò, arriva a “interrogare metaforicamente la morte, stipulando con essa un contratto simbolico che legittima la sua esistenza” (Le Breton).
L’ esposizione al rischio dà al ragazzo la sensazione di appartenere a se stesso e di potersi affermare, contrastando le paure che lo angosciano.
Il comportamento a rischio può infatti essere considerato come un “comportamento contenitore”, uno spazio per esprimersi liberamente, corrisponderebbe quindi a un’esigenza di adultità e visibilità degli adolescenti, espressione di una sofferenza mentale determinata dal “blocco dei fisiologici compiti di sviluppo e non come l’effetto di specifiche situazioni psicopatologiche”(Rosci, 2003, p.14).
emerge, quindi, una lettura dell’esperienza di assunzione di alcol e droga in età giovanile alla luce del compito primario da affrontare nel corso dell’adolescenza, la separazione dal mondo infantile familiare e l’inserimento nella società degli adulti, cioè la nascita sociale.
Diverse ricerche tra cui le più recenti di Silvia Bonino e dell’istituto Minotauro, confermano infatti che non è tanto il contesto di indigenza a facilitare il ricorso alle droghe, ma che questo sia, in realtà, derivato dal generale bisogno di trascendere uno stato d’insignificanza e marginalità, vissuto dall’adolescente nel contesto sociale.

Mostra/Nascondi contenuto.
3 Introduzione Il presente lavoro è dedicato allo studio dei compiti evolutivi adolescenziali, in particolare alla formazione dell’identità personale e sociale nell’attuale contesto societario. Mi ha interessato capire in che modo gli adolescenti di oggi affrontino la separazione e l’individuazione (Blos, 1967) nel contesto familiare e ambientale, e come la società influisca in tale processo, che sembra apparire sempre più lungo e difficoltoso, al contrario della naturalezza e continuità assicurate nelle società pre-moderne da significativi riti di passaggio. A dimostrazione di ciò c’è il malessere, visibile in alcuni adolescenti, e l’ansia diffusa che produce un “disagio evolutivo” che può sfociare in comportamenti a rischio che potrebbero compromettere la propria identità in formazione. Per far ciò interrogo diverse discipline, tra cui la sociologia, l’antropologia e naturalmente, la psicologia, attingendo dai fondamentali apporti della psicoanalisi. Nel primo capitolo analizzo la fase adolescenziale secondo quest’ottica multidisciplinare. Prendo in considerazione soprattutto la prospettiva psicoanalitica, facendo un excursus che da Freud (1905), che vede l’adolescenza come una ricapitolazione delle esperienze infantili, mi conduce ai teorici che hanno dato maggior rilevanza a tale fase. In particolare Blos (1967), che considera la fase adolescenziale come un secondo processo di separazione e individuazione, e Erikson (1950), che pone l’accento su come il processo di definizione dell’identità nell’adolescente abbia come compito principale la conquista dell'identità, cioè l’integrazione tra le diverse parti della personalità e la continuità storica dell’Io, con la definizione della propria posizione all’interno delle relazioni sociali, e come questo processo si svolga in modo differente a seconda del contesto socioculturale. Continuo considerando una prospettiva più sociologica e mi appaiono evidenti le contaminazioni tra le scienze: Keniston (1968) parla del superamento dei legami infantili come compito adolescenziale per eccellenza e Havinghurst (1953), dichiaratamente influenzato da Erikson, stila una lista dei compiti evolutivi adolescenziali culturalmente determinati.

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Psicologia

Autore: Simona Fattibene Contatta »

Composta da 128 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 7263 click dal 19/11/2012.

 

Consultata integralmente 5 volte.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.