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Livio e i mores della fondazione

Informazioni tesi

  Autore: Marthia Caleca
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Palermo
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Rosa Rita Marchese
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 135

Nella mia tesi, Livio e i mores della fondazione, mi sono concentrata sull'analisi dei primi 5 libri dell'opera di Livio, Ab urbe condita, che coprono la narrazione storica dalla fondazione della città fino al sacco gallico del 390 a.C. L'obiettivo di questo lavoro è stato quello di analizzare come Livio abbia ricostruito la storia di Roma servendosi della sua interpretazione etica e didascalica volta a delineare la progressiva formalizzazione dei mores intesi sia come istituta sia come sistema di valori attraverso la storia pre-monarchica, monarchica e repubblicana.

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4 Introduzione Livio e la sua opera Come è noto, nell’opera di Tito Livio appaiono accolti e applicati i precetti teorici sulla storiografia esposti da Cicerone 1 : Livio non è solo un narrator, ma anche, o soprattutto, un exornator rerum. Delle vicende biografiche e dell’attività letteraria di Livio le fonti antiche dicono assai poco. Le incertezze sulla sua biografia iniziano forse con la data di nascita, il 59 a.C., come stabilita da Girolamo 2 , a Padova, ricco centro di provincia, di cui erano proverbiali i costumi austeri e le tendenze conservatrici, tratti che avrebbero influito probabilmente sul carattere dello storico 3 . Padova, infatti, era una delle più importanti città dell’Italia settentrionale; punto di transito e di scambi commerciali con i paesi transalpini, la città conobbe un lungo periodo di grande fioritura economica. Riallacciava, come Roma, le proprie origini a un fondatore mitico, il troiano Antenore, che non a caso Livio ricorda all’inizio della sua opera 4 . Egli trascorse gran parte della sua vita a Roma, vicino alla cerchia letteraria del principe, e in tale contesto probabilmente avrebbe tenuto letture delle sue opere, suscitando l’interesse di Augusto per la sua opera storica, come dichiara in I, 19, 3 e in IV, 20, 7. Nel primo caso, infatti, la menzione ad Augusto si traduce quasi in un elogio del suo operato nel ristabilire la pace sulle terre e sui mari; nel secondo, invece, si definisce espressamente Augusto quale conditor e restitutor dei templa. Lo storico pertanto in questi passi sembra richiamare l’attenzione del suo lettore sulla grande figura del contemporaneo princeps, autore della pax deorum. La menzione di Augusto, pur senza cadere nell’adulazione, persegue chiaramente uno scopo elogiativo ponendo l’accento sugli aspetti principali della politica del principe, che Livio doveva sicuramente condividere: il ristabilimento della pace e la restaurazione degli antichi culti religiosi. Le condizioni dell’autore furono certamente agiate ed egli poté, infatti, dedicare la sua intera vita all’attività letteraria. Non risulta che ciò gli sia stato consentito dall’aiuto di protettori potenti di cui godettero, avvertendone talvolta il peso, altri letterati dell’età augustea. Non avrebbe 1 Questi precetti si possono riassumere e sintetizzare nella formula historia opus oratorium maxime per la quale si confronti Cicerone, Leg. I, 5, 21, come ha notato LEEMAN 1974, pp. 254-264. 2 Girolamo (347-420 d.C.) tradusse dal greco il Chronicon di Eusebio di Cesarea (265-340 d.C.), un’opera in cui i principali avvenimenti della storia universale erano disposti in tavole cronologiche sincroniche, a partire da Abramo (2016-2015 a.C.). Nella sua traduzione Girolamo mantenne il medesimo punto di partenza cronologico, e arricchì il testo con molte notizie relative alla storia e alla letteratura romane; inoltre proseguì l’esposizione dal 325 d.C., anno a cui si fermava l’opera di Eusebio, fino al 378. 3 Come sostengono CARY-DENNISTON-DUFF 1962, s.v. LIVIO, pp. 496-499. 4 Si rimanda a Livio, Ab urbe condita, I, 1, 1-3.

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letteratura latina
storia di roma
livio
mos maiorum
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