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La performance di lungo periodo delle Initial public offerings

Informazioni tesi

  Autore: Francesco Russo
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2011-12
  Università: Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
  Facoltà: Economia
  Corso: Scienze economico-aziendali
  Relatore: Silvia Rigamonti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 185

Pochi eventi, nel corso del ciclo di vita di un’impresa, possono ritenersi importanti tanto quanto una Initial public offering: una Ipo è, infatti, il processo mediante il quale le azioni di un’impresa sono vendute per la prima volta al pubblico generico degli investitori. Essa, in altri termini, non rappresenta altro che la fase finale dell’intero percorso che conduce alla quotazione delle azioni sui mercati azionari regolamentati.
Le motivazioni che possono indurre un'impresa alla quotazione sono le più disparate, ma quanto e in che misura tali variabili sono in grado di influire - oltre che sull’impresa stessa - anche sugli attori esterni e in maniera particolare sugli investitori che in essa hanno deciso di allocare i propri capitali?
Da sempre le Ipo sono oggetto di notevole interesse da parte di questi ultimi, soprattutto grazie all’oramai noto fenomeno dell’underpricing che conferisce loro la possibilità di conseguire lauti guadagni in un breve arco temporale post-quotazione. Ad oggi vi è, tuttavia, un ulteriore fenomeno che suscita il forte interesse da parte degli studiosi: un’apparente performance negativa che nel lungo periodo sembra interessare le azioni di imprese neo-quotate, ripercuotendosi negativamente sugli investitori (long-run under-performance).
Obiettivo principale del presente lavoro è quello di condurre il lettore ad assumere una visione ampia e organica del fenomeno inerente alla long-run performance delle imprese neo-quotate; la prospettiva assunta nel corso dell’intera dissertazione è quella degli investitori, i quali – soprattutto alla luce dell'ultima bolla speculativa che ha causato per costoro la perdita di ingenti capitali – si chiedono se l’investimento in azioni delle imprese neo-quotate possa, nel lungo periodo, rivelarsi profittevole rispetto ad impieghi alternativi. L’investimento nelle matricole di borsa può, analogamente a quanto avviene nei giorni successivi alla quotazione, garantire elevati rendimenti per gli investitori che decidono di mantenere le azioni lungo un arco temporale pluriennale? Quali sono le variabili che maggiormente influiscono sui rendimenti da essi conseguiti e, specularmente, sulle performance conseguite dagli emittenti?
Dopo aver presentato in maniera approfondita i due principali filoni secondo cui si dirama quest'ambito di ricerca - l'approccio operativo e l'approccio di mercato - l'ultimo capitolo tenta di conferire una risposta ai suddetti quesiti, analizzando il problema a livello empirico con riferimento al mercato italiano.
In particolare, dopo aver presentato i principali risultati di natura quantitativa applicando gli indicatori di calcolo più noti in letteratura, il lavoro di ricerca riporta i risultati di un test econometrico volto ad esporre, anche sul piano qualitativo, le principali determinanti che sembrano afferire al fenomeno di interesse.
La dissertazione si conclude, infine, con un accorgimento metodologico che pone in risalto come, ancora oggi purtroppo, questa branca di ricerca sia ancora inficiata da numerosi problemi di carattere metodologico.

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6 Introduzione Pochi eventi, nel corso del ciclo di vita di un’impresa, possono ritenersi importanti tanto quanto una Initial public offering: una Ipo è, infatti, il processo mediante il quale le azioni di un’impresa sono vendute per la prima volta al pubblico generico degli investitori. Essa, in altri termini, non rappresenta altro che la fase finale dell’intero percorso che conduce alla quotazione delle azioni sui mercati azionari regolamentati. Si tratta di un’operazione di importanza critica, non solo per l’evento stesso, ma soprattutto per le rilevanti conseguenze che essa è in grado di comportare sulla struttura aziendale: benché la visione comune induca a raffigurare la quotazione come il momento in cui l’impresa ottiene nuove risorse da investire a sostegno della crescita e dello sviluppo, vi sono molte e molte altre variabili che incidono su tale scelta, ognuna delle quali è in grado di esercitare degli effetti differenti. Dal punto di vista economico-legale, ad esempio, l’Ipo rappresenta il momento in cui gli azionisti originari dell’impresa decidono di alienare le proprie azioni, nonché di estendere la proprietà azionaria a nuovi investitori, con un consistente mutamento dei rapporti di forza tra i vari attori aziendali. Alle variabili decisionali interne, occorre accostare altresì quelle provenienti dall’ambiente esterno e in particolare l’influenza del contesto spazio-temporale: in alcuni sistemi finanziari, quali quelli della Germania e dell’Italia, le imprese quotate costituiscono l’eccezione più che la regola e molte imprese private hanno dimensioni di gran lunga maggiori rispetto a quelle presenti sui mercati regolamentati. L’età media delle imprese centro-europee che hanno avuto accesso al mercato fino agli anni ’90 è risultata pari a quaranta anni, contro una media di sette anni per quelle statunitensi: anche il contesto economico-istituzionale assume, dunque, un’importanza considerevole ai fini di una tale scelta. Le motivazioni che possono indurre o meno alla quotazione sono, dunque, le più disparate, ma quanto e in che misura tali variabili sono in grado di influire, oltre che sull’impresa stessa, anche sugli attori esterni e in maniera particolare sugli investitori che in esse hanno deciso di allocare i propri capitali? Se dal punto di vista degli emittenti, la quotazione rappresenta il momento in cui i proprietari dell’impresa decidono di cedere parte dei diritti di proprietà sulle risorse aziendali, vista dal lato degli investitori essa non può che rappresentare, di primo acchito, un’allettante

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