Questo sito utilizza cookie di terze parti per inviarti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più clicca QUI 
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie. OK

La vecchia lussuriosa nell'arte europea del Cinquecento.

Ricerca sulle origini dell'icona della "vecchia con la brocca" nella storia della letteratura e dell'arte, ovvero il simbolo della lussuria senile nella pittura di genere europea del Cinquecento, prevalentemente in area fiamminga.

Mostra/Nascondi contenuto.
2 I° CAPITOLO LA LUSSURIA NELLA STORIA DELLA LETTERATURA E DELLA PITTURA: ESEMPI La lussuria è il più umano dei vizi capitali, considerati “abiti del male” dal filosofo Aristotele. Nella classifica stilata nel VI secolo da Papa Gregorio Magno, occupa l’ultimo posto, piazzandosi dopo superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola. Dante Alighieri la intese come un appetito eccessivo dei beni terreni (cupidigia). Nel primo canto dell’inferno della Divina Commedia (I, v. 32) la descrisse come una lonza, un felino simile al leopardo e alla pantera, un animale crudele, leggero, veloce e di pelo maculato che, nella selva oscura, gli blocca la strada verso il colle, illuminato dai raggi del sole. Insieme alla lupa – simbolo di avarizia - e al leone – simbolo di superbia - la lonza raffigurò per Dante la lussuria, un’ acquiescenza continua al piacere sessuale fine a se stesso, che ostacola il pentimento e la conversione del peccatore. La visione allegorica del poeta fiorentino tradusse in immagini il pensiero di Tommaso d’Aquino che, nella Summa Teologica, aveva riassunto le passioni umane in tre abituali disposizioni al male: la cupidigia dell’ occhio (avarizia), la concupiscenza della carne (lussuria) e la presunzione di sé (superbia). Dante ha posato sulla realtà uno sguardo poetico sapendo, per esperienza personale, quanto sia devastante la sottile perversione dei più nobili affetti in un’anima calda e generosa per natura. Lo ha descritto, con turbata commozione, nel quinto canto dell’Inferno, di fronte alle anime dei due celebri amanti di Rimini, Paolo Malatesta e Francesca da Polenta, travolti, in vita, dalla furia della passione e, nell’oltretomba dantesco, trascinati, senza posa, da una bufera di vento che investe il secondo cerchio, dove sono dannati “ i peccatori carnali che la ragione sottomettono al talento” (V, vv. 38 – 39). Sono i lussuriosi: Semiramide che “al vizio di lussuria fu si rotta/ che libito fe’ licito in sua legge/ per torre il biasimo in che era condotta” (V. vv. 55-57), Didone, Cleopatra, ma anche Achille; amante di Polissena, Paride di Elena di Troia, Tristano di Isotta,

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Laura Scunzani Contatta »

Composta da 83 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 513 click dal 12/04/2013.

 

Consultata integralmente una volta.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.