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L'Attuale Disciplina del Fallimento e L'Attività del Curatore Fallimentare

Il presente lavoro si pone l'obbiettivo di evidenziare i tratti che hanno condotto all'attuale disciplina fallimentare. In conclusione, mi corre l’obbligo di evidenziare che, con l’emanazione del decreto correttivo e successivamente del Decreto di Stabilità del 2012, si è voluto intervenire in modo da realizzare un solco di continuità con l’impianto normativo della legge fallimentare e, quindi, ridefinire i presupposti soggettivi per la dichiarazione di fallimento. Detti presupposti in particolare s’identificano nell’ampliamento dei poteri del comitato dei creditori, dei poteri del curatore, nonché nelle modifiche apportate in ambito di concordati e accordi di ristrutturazione dei debiti (che comunque non hanno riguardato questa trattazione) fino all’intervento sulle incapacità personali del fallito. Tanto premesso, l’obiettivo principale che si è voluto perseguire è stato inequivocabilmente quello di semplificare e accelerare i tempi del fallimento. In quest'ottica il ruolo del curatore diventa essenziale nell'ambito della procedura tanto più che si assiste ad un netto ridimensionamento dei poteri del Giudice Delegato, che - come si è potuto evidenziare - perde la direzione della procedura ed esercita solamente una funzione di vigilanza e controllo sull'attività del curatore che, al contrario, risulta fortemente potenziata.
Il curatore ne esce come una figura che acquisisce maggiore valore e responsabilità, spostando sugli organi giudiziari (Giudice Delegato e Tribunale), compiti sicuramente altrettanto fondamentali e legati alla supervisione della regolarità di gestione della procedura. Fermi restando quindi i poteri di direzione e vigilanza del Giudice Delegato e quelli di controllo, per quanto concerne la convenienza e il merito delle decisioni, spettanti al Comitato dei Creditori, in definitiva, è il Curatore l’organo esclusivo di gestione della procedura.

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4 1.1 Nuove finalità del fallimento a seguito della riforma del 2006 La legge fallimentare è stata da non molti anni interessata da un provvedimento che ha novellato un numero cospicuo di articoli che la compongono. 1 Agli inizi degli anni ottanta e quindi dopo mezzo secolo dall’entrata in vigore del R.D. 16/3/1942, n. 267, si è sentita la necessità di riformare tale legge per renderla piø aderente alla realtà socio economica nella quale le imprese, cresciute in numero e dimensioni, si muovono in un mercato piø ampio e moderno. Dopo vari tentativi la riforma, anche se limitatamente al concordato preventivo e alla revocatoria fallimentare (mini riforma) vede la luce con il D.L. 16 marzo 2005, n. 35, convertito con modificazioni dalla legge 14 maggio 2005, n. 80. La “riforma organica” della legge fallimentare, che come il D.L. 35/2005, modifica e integra il R.D. 267/1942, è portata dal D.lgs. 9 gennaio 2006, n.5. La legge fallimentare che, salvo piccole modifiche, ha disciplinato per oltre sessanta anni le procedure concorsuali, non ha comunque trovato la sua definizione con la riforma organica poichØ in seguito sono intervenute modifiche di non poco conto portate dal D.lgs. 12 settembre 2007, n. 169 “decreto correttivo”. Ulteriori modifiche sono state poi apportate dall’art. 32, c. 5, lettere a) e b) del D.L. 29 novembre 2008, n. 185, convertito con modificazioni dalla L. 28 gennaio 2009, n. 2; dall’ Art. 61 della Legge 18 giugno 2009, n. 69; dall’art. 29, c. 2, lettera a), b), 1 La legge fallimentare fu emanata in un contesto socio economico in cui l’impresa era concepita come un bene prettamente individuale dell’imprenditore, le dinamiche commerciali erano senz’altro più locali e le dimensioni dell’impresa erano più contenute. Il fallimento era, quindi, concepito con scopi principalmente liquidatori per arrivare alla soddisfazione dei creditori nel rispetto dei principi della par condicio creditorum.

Tesi di Master

Autore: Alessandro Cerino Contatta »

Composta da 50 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.