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''PLAY'' di Samuel Beckett - Una commedia a teatro, una commedia al cinema

Da qualche anno a questa parte, si è verificato un proliferarsi di studi sulla lingua del doppiaggio e sul suo impatto anche sulla lingua del parlato nazionale.
Lo studio della traduzione cinematografica offre un'eccezionale panoramica sulla complessità delle scelte traduttive, sia per la difficoltà di veicolare un messaggio radicato in una cultura palesemente altra rispetto alla lingua di arrivo (con ripercussioni e limitazioni per quanto riguarda la scelta ad esempio tra un approccio domesticating e uno foreignizing), sia per i vincoli legati all'interpretazione degli attori (quindi la comunicazione non verbale che accompagna l'enunciato), nonché per le difficoltà tecniche relative al cosiddetto sincronismo temporale e articolatorio.
La traduzione filmica concentra la propria attenzione su diversi fronti, tutti di uguale importanza, in primo luogo la traduzione vera e propria atta a veicolare una storia, una trama e un messaggio senza snaturare l'opera originale; poi il registro, lo stile e le scelte traduttive che devono essere coerenti con quanto visibile sullo schermo. Inoltre, è necessario ri-scrivere un testo che verrà recitato come se non fosse mai stato scritto in precedenza. A questa difficoltà si uniscono poi le convenzioni dei segni tecnici che serviranno all'attore doppiatore durante il turno di doppiaggio.
Questo lavoro si concentrerà su un tipo di adattamento molto particolare, quello di una trasposizione cinematografica di un testo teatrale.
L'opera presa in esame è Play di Samuel Beckett che è stata portata sullo schermo nel 2001 da Anthony Minghella, nell'ambito del progetto Beckett on Film, e che vede protagonisti Alan Rickman, nel ruolo di "M", Kristin Scott Thomas ("W1") e Juliet Stevenson ("W2").
L'elaborato sarà diviso in quattro parti, nel primo si prenderanno in esame le differenze riscontrate tra il testo teatrale e la sua trasposizione cinematografica, nel secondo vedremo in dettaglio quali sono state le complessità traduttive evidenziate nel testo teatrale e in quello cinematografico. Nella sezione che seguirà approfondiremo le differenze della traduzione "classica" e quella per il grande schermo. Infine, sarà riportato un estratto dell'adattamento dei dialoghi dell'opera cinematografica.

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3 INTRODUZIONE Da qualche anno a questa parte, si è verificato un proliferarsi di studi sulla lingua del doppiaggio e sul suo impatto anche sulla lingua del parlato nazionale. Lo studio della traduzione cinematografica offre un'eccezionale panoramica sulla complessità delle scelte traduttive, sia per la difficoltà di veicolare un messaggio radicato in una cultura palesemente altra rispetto alla lingua di arrivo (con ripercussioni e limitazioni per quanto riguarda la scelta ad esempio tra un approccio domesticating e uno foreignizing), sia per i vincoli legati all'interpretazione degli attori (quindi la comunicazione non verbale che accompagna l'enunciato), nonchØ per le difficoltà tecniche relative al cosiddetto sincronismo temporale e articolatorio. La traduzione filmica concentra la propria attenzione su diversi fronti, tutti di uguale importanza, in primo luogo la traduzione vera e propria atta a veicolare una storia, una trama e un messaggio senza snaturare l'opera originale; poi il registro, lo stile e le scelte traduttive che devono essere coerenti con quanto visibile sullo schermo. Inoltre, è necessario ri-scrivere un testo che verrà recitato come se non fosse mai stato scritto in precedenza. A questa difficoltà si uniscono poi le convenzioni dei segni tecnici che serviranno all'attore doppiatore durante il turno di doppiaggio. Questo lavoro si concentrerà su un tipo di adattamento molto particolare, quello di una trasposizione cinematografica di un testo teatrale.

Tesi di Master

Autore: Valeria Marcheggiani Contatta »

Composta da 41 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 1360 click dal 04/09/2013.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.