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Rappresentazioni dell'attività sportiva in età evolutiva

Informazioni tesi

  Autore: Matteo Casadei
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Psicologia
  Relatore: Felice Francesco Carugati
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 218

L’idea di una tesi relativa alla psicologia dello sport è nata in modo simile a quella per cui molte altre ricerche prendono vita, in quest’ambito convergono i miei interessi, alleno da oltre 5 anni, inoltre l’attività di servizio che le società sportive forniscono alla comunità è un punto in cui convergono interazioni ed interessi diversi che possono portare a conflitti sulla modalità della gestione delle risorse umane.
Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto devo dire che nel settore non è assolutamente presente un unico modo di operare e le diverse relazioni tra società e allenatori, allenatori e ragazzi, genitori e ragazzi sono piuttosto eterogenee e nelle rare occasioni in cui avvengono contatti fra le diverse parti si hanno spesso conflitti piuttosto forti. La mia intenzione quindi è quella di proporre un lavoro che sia di psicologia applicata, che possa evidenziare elementi che le diverse parti in causa ritengano fondamentali, per questo intendo coinvolgere direttamente i bambini nella fascia d’età 8-12 anni i genitori di questi e gli allenatori che hanno un’esperienza almeno biennale nella gestione di queste fasce d’età. La ragione per cui intendo svolgere la ricerca in queste determinate età è dovuto a ragioni specifiche, prima degli 8 anni infatti la F.I.G.C. non prevede attività competitive vere e proprie ma principalmente attività motorie multilaterali atte al miglioramento dello sviluppo psicomotorio. Per quanto riguarda i limite superiore quello dei 12 anni è dovuto al fatto che da quell’anno in poi inizia ad assumere importanza, nel momento in cui vengono fatte delle scelte, le qualità specifiche che i ragazzi hanno nel praticare lo sport.
Nel campione che voglio esaminare le direttive generali impongono che le attività da svolgere debbano dare la priorità alla crescita del ragazzo nell’ambito della vita di gruppo insegnandogli a rispettare le regole e gli altri e fornendogli la possibilità di uno spazio da protagonista che sia uguale per tutti, questo però va molto spesso in senso opposto alla possibilità di ottenere soddisfazioni personali da parte degli allenatori, di avere risultati gratificanti per i bambini, di aumentare il prestigio della società e non meno importante di rinvigorire l’orgoglio dei genitori.
Tutte queste situazioni però assumono un aspetto diverso se si ha a che fare con società che fanno dello sport a livello professionistico, fino ad ora abbiamo fatto un discorso legato allo sport dilettantistico. Negli ultimi 3 anni ho partecipato a campi estivi gestiti da società professionistiche e le differenze non sono relative solo ai bilanci e all’organizzazione, la mentalità gli scopi e il modo di raggiungerli sono diversi.

Durante i cinque anni di corso, come penso qualsiasi altro studente sono rimasto affascinato da certi argomenti rispetto ad altri, alcuni di questi sono fra quelli che mi spingono ad affrontare questo percorso. Uno degli studi che ricordo con maggior interesse poiché ne ho potuto ammirare i risultati nella pratica, è stato quello di K.Lewin sugli stili di conduzione dei gruppi.
“Pochissime esperienze mi hanno impressionato tanto quanto il vedere come si trasforma l’espressione delle facce dei bambini al primo giorno di regime autocratico: il gruppo amichevole, aperto, cooperante e pieno di vita, diveniva in mezz’ora un’adunata apatica e priva di iniziativa. Il passaggio dall’autocrazia alla democrazia era più lento che non quello dalla democrazia all’autocrazia; ciò perché l’autocrazia viene imposta all’individuo, la democrazia deve essere appresa. [Lewin 1948]”
Tra i miei interessi c’è quello di verificare nella pratica, quanti ritengano migliore un tipo di conduzione rispetto ad un altro, senza dimenticare che era stato rilevato che lo stile autocratico, nel breve periodo dava risultati migliori come rendimento, ma poi era o è giustificato se va a scapito di un notevole peggioramento della qualità della vita emotiva? Potrebbe anche venir valutato diversamente a seconda degli obiettivi, differenti da dilettanti e professionisti o dei ruoli bambini, genitori, istruttori.
Il secondo paradigma che mi ha interessato, è legato ad una parola che racchiude in se un modo di operare di porsi di fronte all’altro e credo in maniera ancor più rilevante davanti ad un bambino. Il termine a cui mi riferisco è maieutica, avere un approccio di questo tipo credo possa essere il miglior modo di far crescere una persona, specialmente poi se, come nei bambini c’è ancora tanto da plasmare. Nella ricerca che voglio fare tra gli altri argomenti sarei interessato a conoscere quanto i diversi campioni siano concordi nel favorire allenamenti dove c’è un rapporto di questo tipo o se preferiscano quello classico tra docente e discente.

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1 INTRODUZIONE Esistono molte ragioni che possono spingere qualcuno ad avventurarsi nel campo della ricerca, interessi personali del ricercatore, risultati di altre ricerche, teorie già accreditate, fatti casuali, fortuna. Nel mio caso gli studi di psicologia e l’attività di allenatore in settore giovanile mi hanno fornito una combinazione di stimoli per tentare di scoprire qualcosa di più a proposito della pratica sportiva in età evolutiva. Vivere alcuni anni in un ambiente, se si è particolarmente attenti, ma a volte basta anche solo la presenza, comporta la presa di coscienza di molte dinamiche che si generano fra gruppi di persone si trovano a collaborare per scopi comuni. Già su questa affermazione si potrebbe discutere a lungo, in quanto spesso durante l’attività sportiva collaborare implica competere, pensate a due compagni di squadra che collaborano per il successo del gruppo ma competono per uno stesso ruolo, come si può pensare che sia facile gestire una situazione di questo tipo? Quali problemi possono essere messi in luce spiegando una situazione di questo genere ad un adulto e cosa cambia dovendo dare le stesse spiegazioni ad un bambino, quali abilità comunicative sono richieste? Un discorso simile lo si può fare anche nel momento in cui si considerano gli scopi comuni, aggirandosi per una qualsiasi società sportiva si possono ascoltare i diversi pensieri delle persone che la frequentano, dai dirigenti che hanno come primo obiettivo di mantenere sano il bilancio e numerose le iscrizioni, agli allenatori che meditano su nuove tattiche e come battere gli avversari nella prossima partita, ai bambini che pensano al prossimo gol e a tentare di emulare almeno nell’esultanza il campione visto la sera prima in televisione, ci sono poi i genitori che si aspettano che il figlio si diverta, impari a stare in un gruppo e allo stesso tempo frequenti un ambiente che sperando che questo sia sicuro. Nel caso in cui l’ambiente non sia più quello della squadra del quartiere o di paese ma sia una società professionistica allora entrano in gioco la necessità di ben figurare in competizioni blasonate la speranza di vedere fiorire qualche campione e di ricevere insegnamenti di livello superiore. Quello che ho potuto stabilire in questi anni è che ci sono molti interessi in gioco nella pratica sportiva e non è facile soddisfarli tutti, a volte anzi è difficile soddisfarne anche solo alcuni, non è detto poi che quelli che ho citato siano i più importanti o i più diffusi, questa ricerca va ad indagare anche su questo, quelli indicati erano solo esempi per avere un’idea 8

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Parole chiave

comunicazione
psicologia
sport
personalità
vittoria
evolutiva
gestione gruppi

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