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Stati Uniti e Cina Popolare: nascita di un'intesa 1969 – 1972

Informazioni tesi

  Autore: Luca Cristiano Cavaliere
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi di Napoli "L'Orientale"
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Internazionali e Diplomatiche
  Relatore: Alfredo Breccia
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 277

La mia tesi parte da un’analisi della politica estera americana negli anni tra Il 1969 e il 1972, durante i quali la cosiddetta “diplomazia triangolare” di Kissinger riuscì ad imprimere un nuovo corso all’ormai consolidato bipolarismo della Guerra Fredda.
Il punto nevralgico di questo nuovo assetto strategico fu la volontà statunitense di normalizzare le proprie relazioni con la Repubblica Popolare Cinese. Gli Stati Uniti non avevano mai abbandonato la tradizionale ostilità al Partito Comunista Cinese per quasi vent’anni, stabilendo invece, assieme ai loro alleati, una solida alleanza con il Kuomintang a Taiwan.
Il fattore che consentì il mutamento sostanziale della politica estera americana nei confronti del colosso cinese fu l’acuirsi del dissidio cino-sovietico. Già da dieci anni, tra i due più grandi Paesi comunisti vi erano diversi motivi di attrito, intensificati dalle leadership di Mao e di Khruschev, due figure storiche generalmente poco inclini al compromesso. La Guerra in Vietnam e le conseguenti ambizioni di Pechino sullo scacchiere indocinese, non fecero che esasperare quello che all’inizio era solo uno scontro ideologico e che nel 1969 prese la forma di ripetuti scontri a fuoco tra le due potenze lungo il confine del fiume Ussuri.
Nello stesso anno il neo – eletto presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, cercava una via d’uscita dalla sempre più impopolare guerra in Vietnam che logorava l’esercito e l’economia americana. La scelta di Henry Kissinger come consigliere per la sicurezza nazionale giocò un ruolo chiave per la nuova diplomazia di Washington, improntata al realismo e alla ricerca di un’alleanza strategica. Una politica di distensione con la Repubblica Popolare Cinese in funzione anti – sovietica apparì dunque quanto mai opportuna. Fu così che a partire dal 1969, grazie anche alla presenza di figure come Zhou En Lai, Stati Uniti e RPC stabilirono i primi contatti, utilizzando il comune alleato strategico in Medio Oriente, il Pakistan. La convergenza di interessi delle leadership di entrambi i Paesi condusse alla storica visita di Nixon a Pechino nel febbraio 1972, anticipata dalla cosiddetta diplomazia del ping – pong. Il risultato fu il Comunicato di Shangai che cercava di risolvere con un compromesso quello che era il principale pomo della discordia nella ventennale relazione tra i due Paesi e cioè il sostegno degli Stati Uniti a Taiwan e il legittimo riconoscimento americano di questo governo, che i cinesi consideravano un problema interno.
Sebbene la formula del comunicato conservasse una certa ambiguità, questo fu il segno tangibile del cambiamento nelle relazioni tra RPC e Stati Uniti, che per la prima volta accettarono di subordinare i motivi di contrasto agli imperativi della cooperazione strategica.

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5 INTRODUZIONE Henry Kissinger nel suo “L’arte della diplomazia”, un’opera che tratta la storia delle relazioni internazionali in una lunga carrellata da Richelieu a Reagan, ha intitolato il capitolo dedicato alla politica internazionale dell’Amministrazione Nixon, alla quale diede un impulso decisivo, “La politica estera come geopolitica: la diplomazia triangolare di Nixon”. Un segnale eloquente della rilevanza che quest’ultima e l’apertura alla Cina come sua necessaria premessa, avrebbero avuto nel caratterizzare la politica estera degli Stati Uniti di quel periodo. La presidenza Nixon rimane fortemente identificata con lo scandalo Watergate e con la complessità della figura del presidente. A Nixon era riconosciuta la durezza e l’intransigenza delle sue posizioni politiche. La spregiudicatezza machiavellica del suo operato non poteva che accreditare l’immagine pubblica che egli stesso cercava e tutto ciò contrastava con la fragilità di una personalità introversa. Su questi aspetti della personalità di Nixon si sono soffermati più autori, spesso in modo molto critico. Se negli anni Settanta dopo il Watergate, la figura di Nixon cadde nell’oblio proprio della necessità di rimozione, le conquiste della sua Amministrazione, in particolare in politica estera, sono state rivalutate durante gli anni Novanta quando l’ex presidente veniva ricevuto ufficialmente da Clinton alla Casa Bianca e si è concluso un lungo percorso di riconciliazione nazionale iniziato con il “perdono” di Ford subito dopo le sue dimissioni. Lo stesso Kissinger durante il suo elogio funebre 1 a Nixon, il 27 aprile del 1994, alla presenza di Clinton e dei presidenti emeriti, ha ricordato i successi conseguiti in politica estera dall’Amministrazione alla quale lui stesso diede un contributo decisivo, tra i quali la fine della Guerra in Vietnam e l’instaurazione di un dialogo permanente con la Cina sono unanimemente riconosciuti essere i più importanti. L’apertura alla Cina è stata un’iniziativa di diplomazia creativa, per la necessità di costruire canali di comunicazione precedentemente inesistenti e di superare le resistenze di molte forze, sia nel contesto internazionale sia in quello interno, che si sarebbero opposte all’entrata a pieno titolo di Pechino nella scena mondiale come “tacita alleata” di Washington. 1 Cit. H.A. Kissinger, Remarks by Henry Kissinger at Richard Nixon’s funeral, 27 aprile 1994, pubblicato all’indirizzo internet http://www.watergate.info, “When Richard Nixon left office, an agreement to end the war in Vietnam had been concluded, and the main lines of all subsequent policy were established: permanent dialogue with China; readiness without illusion to ease tensions with the Soviet Union; a peace process in the Middle East; the beginning, via the European Security Conference, of establishing human rights as an international issue, weakening Soviet hold on Eastern Europe.”

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dissidio cino-sovietico
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