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Il conflitto intergruppi è necessario? La risposta della Psicologia sociale. Dalle cause che lo generano agli antidoti per risolverlo

Informazioni tesi

  Autore: Maria Giovanna Urru
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Cagliari
  Facoltà: Scienze della Formazione
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Marina Mura
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 73

La tesi proposta svolge un’analisi del conflitto intergruppi nell’ambito della psicologia sociale. I gruppi sociali vengono esaminati sotto tutti i loro aspetti, infatti, come proposto dalla mia tesi, solo attraverso un’analisi approfondita del concetto di gruppo, si può arrivare a trovare un’adeguata soluzione al conflitto intergruppi.
Ci sono due domande alle quali la mia tesi cerca di rispondere. Innanzitutto, si chiede come mai i gruppi sociali confliggono e la risposta viene trovata esaminando il processo del confronto sociale tra gruppi. Questa tesi, inoltre, ambisce a trovare i giusti elementi per risolvere il conflitto tra l’ingroup e l’outgroup, elementi che vengono individuati nella vasta letteratura riguardante la Psicologia sociale.
Il conflitto integruppi si può risolvere solo grazie all’unione di più strategie, descritte in questa tesi, come il contatto e una buona comunicazione tra gruppi, che sono strumenti efficaci come antidoto ai conflitti.

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5 Introduzione Perché i gruppi confliggono? Questa è una delle domande che hanno richiamato maggiormente l’attenzione degli studiosi in ambito sociale sin dalla fine dell’Ottocento e che, anche oggi, continua ad alimentare dibattiti teorici piuttosto accesi; infatti, la psicologia, fin dai suoi inizi, ha tentato di dare una spiegazione del motivo per cui il conflitto fra gruppi fosse così frequente e facile da osservare, e ha cercato delle soluzioni per porvi rimedio. Innanzitutto, perché un individuo ha necessità di far parte di un gruppo sociale? Se pensiamo alla nostra vita ci rendiamo conto che essa si realizza all’interno di gruppi: dalla famiglia al posto di lavoro, alla scuola al cyber spazio. Qualsiasi tentativo di stare soli ci dimostra che gli altri sono nei nostri pensieri e ci influenzano sia come individui che per la loro appartenenza a un qualche gruppo. Appartenere a un gruppo sociale appare, quindi, inevitabile. La categorizzazione sociale è il processo mediante il quale arriviamo a collocare noi stessi e gli altri individui in gruppi definiti (Tajfel, 1982); essa ci consente di mettere ordine nella complessità che ci circonda. La categorizzazione permette alle persone di ridurre la quantità d’informazioni da elaborare organizzando la realtà in categorie definite e facilitando la scelta del comportamento da mettere in atto sia l’analisi delle numerose informazioni presenti nell’ambiente circostante. L’effetto della categorizzazione sociale è quello di aumentare la somiglianza tra gli individui appartenenti allo stesso gruppo e di amplificare le differenze fra i membri di gruppi diversi (Tajfel, 1985). Ma come possiamo rispondere alla domanda iniziale? Si può riprendere il concetto di identità sociale di Tajfel (1981) che ha dimostrato che è sufficiente dare agli individui una categorizzazione minima perché questi agiscano in modo da favorire il proprio gruppo discriminando gli altri. Infatti, quando la categorizzazione di noi stessi ci pone all’interno di una qualche categoria, l’interesse del gruppo ha precedenza sull’interesse personale che può essere, in questo caso, sacrificato a favore della collettività. L’identità sociale deriva, quindi, dalla categorizzazione del mondo in ingroup e outgroup e dalla classificazione di se stessi come membri dell’ingroup (Miller e Brewer, 1986).

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