''Sogno o son desto ?'' Lavoro onirico e produzione cinematografica

L'obiettivo di questo elaborato è incentrato sul tema dell'analisi del "fenomeno cinema" considerato nei suoi aspetti costitutivamente legati al mondo dell'immaginario onirico. È oggetto di dominio pubblico che la proiezione di un film scateni sensazioni di natura emotiva, così come è evidente che il coinvolgimento con i personaggi della storia possa aumentare la soglia delle emozioni provate. Ma perché un film scatena determinate emozioni e perché talvolta l'identificazione supera i limiti del contenimento emotivo e prevarica il controllo comportamentale? E questo meccanismo può essere ricondotto ad un utilizzo terapeutico? Questi gli argomenti che hanno fatto da linee guida al mio lavoro. Il primo capitolo riporta i grandi temi discussi alla base del confronto cinema e psiche: l'impressione di realtà vissuta dallo spettatore durante la visione filmica che fa del cinema la forma d'arte più coinvolgente, partendo dalla definizione iniziale del dato esperienziale fino ad avanzare ipotesi di natura psicoanalitica. Il secondo capitolo traccia esempi di registi che hanno utilizzato la macchina cinematografica inseguendo l'ambizioso progetto di rappresentare la dimensione dell'immaginario scavando sempre più in profondità, e utilizzando tecnologie modificate all'uso (steadcam) per raggiungere il maggior grado di realismo figurativo. Addirittura portando sullo schermo una rappresentazione ambientale dell'inconscio (Inception, 2011), alla luce degli studi sui sogni lucidi di Laberge, dando corpo a una dimensione onirica basata sulle teorie di Freud e Bergson. Infine si è passati ad illustrare come negli ultimi anni l'interesse per un cinema psicoanalitico sia approdato a possibili sviluppi in ambito terapeutico, passando attraverso i diversi approcci d'oltreoceano e italiani. Un elaborato che si presenta, perciò, come una finestra sull'immaginario cinematografico, correlato alle peculiarità del sogno, attraverso i presupposti teorici che si sono susseguiti a sostegno. Un cinema che vuole ricordare il motivo per cui, nei suoi primi cento anni di vita, è stato apostrofato con mille e più sinonimi di sogno.

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INTRODUZIONE Il cinema offre motivi d'interesse davvero poliedrici. E' per questo forse che se pure si sfugge al fascino della sua aleatorietà si ricade nell'interesse dei contenuti culturali, sociali o perfino politici che esso racchiude. Eppure nel contempo ogni film offre una meravigliosa quanto realistica realizzazione di un sogno. Non c'è articolo o libro o pubblicazione che non faccia richiamo esplicito e testuale al gemellaggio attribuito fin dall'inizio al cinema e alla psicoanalisi, già dalla comparsa sulla scena storica: la proiezione al Grand Café di Parigi (28 dicembre 1895) e la stesura, nello stesso anno, degli “Studi sull'Isteria” di Freud. Eppure il padre della psicoanalisi non mascherò mai una chiara idiosincrasia nei confronti del cinema e non si risparmiò nel dichiararla anche ai suoi allievi che insistevano in merito ad una collaborazione loro richiesta per la produzione cinematografica di “I misteri di un'anima”(1926) del regista Georg W. Pabst. Il 14 agosto 1925, in una lettera indirizzata a Ferenczi si esprimeva così a riguardo: "La riduzione cinematografica sembra inevitabile, così come i capelli alla maschietta, ma io non me li faccio fare e personalmente non voglio avere nulla a che spartire con storie di questo genere. La mia obiezione principale rimane quella che non è possibile fare delle nostre astrazioni una presentazione plastica che si rispetti un po'. Non daremo comunque la nostra approvazione a qualcosa di insipido..." (Ricci,1998, p.127). Perchè Freud disprezzasse così tanto l'arte cinematografica non è documentato molto, ma certo è che la sua opinione non cambiò neanche ai tentativi ripetutisi negli anni da altri, come André Breton, vate del surrealismo, che più volte tentò inutilmente di fargli riconoscere la paternità degli strumenti introspettivi utilizzati dai fautori della corrente citata. Unica eccezione documentata da Ernst H. Gombrich (1967), una lettera scritta il 20 luglio 1938 da Freud all’amico Stephan Zweig, in conseguenza all'incontro combinato con l'artista spagnolo Salvador Dalí per il quale riserva un apprezzamento che comunque non muterà le sue opinioni (p.25). Gli stessi fratelli Lumiere erano convinti che la loro invenzione avrebbe avuto interesse esclusivamente scientifico e nessuno a livello di comunicazione. Convinzione in contrasto con la potenza comunicativa insita del mezzo in questione e della forza di imprimersi del messaggio veicolato grazie al flusso incessante delle immagini che scorrono sullo schermo in una condizione della visione quasi ipnotica. Nonostante l'opinione dichiaratamente avversa del padre della psicoanalisi e dei suoi stessi creatori, il cinema ha attinto fin dai suoi primi respiri con entusiasmo e a piene mani da materiale di natura introspettiva, dando forma e vita anche alla divulgazione di massa dei temi psicoanalitici. Tra le molteplici trattazioni condotte sul tema della correlazione tra cinema e psicoanalisi, regna l'analogia con i meccanismi del sogno come descritti da Freud: condensazione, spostamento, rappresentatività 1

Laurea liv.I

Facoltà: Psicologia

Autore: Loredana Salerno Contatta »

Composta da 36 pagine.

 

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