Viaggio fra le comunità musulmane dall'Europa a Modena. Come si organizzano e che rapporti instaurano con il territorio.

Per poter inquadrare le modalità attraverso le quali le comunità musulmane si sono insediate sul territorio di Modena, e che rapporti hanno intessuto con la società locale, in riferimento soprattutto alle autorità locali e religiose, è necessario tracciare il percorso che devono affrontare le comunità islamiche nel panorama europeo ed in quello italiano: osservare il fenomeno migratorio musulmano in uno scenario più esteso, aiuterà a comprendere le dinamiche e gli sviluppi che interessano le realtà locali, toccate anch’esse da processi di globalizzazione e multiculturalità, perché manifestazioni concrete e tangibili di questi fenomeni sociali che non possono essere decontestualizzati dagli svolgimenti che avvengono su scala mondiale (precisamente su scala europea); soffermarsi sui casi specifici, come può essere quello di Modena, obbliga a percorrere due logiche complementari: mediante la logica locale, si studia e si analizza il contesto particolare grazie ai dati statistici e demografici, per arrivare poi, alle grandi tendenze attuali che si riscontrano nella logica globale.
Il “tragitto” che si verrà a delineare compie la direzione opposta, ossia sceglie il punto di partenza europeo attraverso metodologie che seguono la logica globale, per collocare lo studio del caso specifico.
Dal globale al locale, quindi, questo cammino conduce alla realtà modenese, ormai diventata, in tempi abbastanza rapidi, una comunità multietnica, in cui gruppi variegati e di diversa provenienza, si ritrovano a vivere sullo stesso territorio. Il tessuto sociale, composito, plurale e meticcio che caratterizza la città, richiede nuove forme di pensiero e di azione che possano riconoscere le specificità e differenze culturali o religiose, in una visuale più ampia di cittadinanza, la quale dovrebbe essere garantita da leggi sull’immigrazione adeguate, ed attuate a livello nazionale.
La specificità in questione è quella islamica, ed il contesto in cui si situa è lo spazio modenese: il tentativo che si compie nell’ elaborato è considerare e riflettere sui rapporti che intercorrono fra le comunità organizzate musulmane, molto attive a Modena, e le autorità locali, tenendo presente la situazione europea e nazionale.
Lo studio delle relazioni fra le moschee nel modenese, espressione delle comunità musulmane organizzate, e le autorità pubbliche, verterà su tre ambiti, rappresentati da diversi interlocutori: nell’ ambito sociale, sono riferiti i rapporti con la pubblica amministrazione, soprattutto con il Centro Stranieri, ente preposto del Comune, il quale è il maggiore referente per quanto riguarda la presenza musulmana organizzata; nell’ambito della sicurezza, vengono riportati i contatti con gli organi della Polizia: da sempre, l’immigrazione, in special modo quella islamica, desta preoccupazione ed apprensione nei cittadini e nei suoi rappresentanti, in quanto è una realtà ancora poco conosciuta e legata (a suo discapito) ad eventi internazionali che coinvolgono le frange fondamentaliste dell’Islam. La questione della pubblica sicurezza non si esaurisce solo in questa percezione, ma si collega anche al discorso sulla criminalità e sulla devianza; nell’ambito del confronto religioso, sarà raccontata la relazione fra Chiesa cattolica e mondo islamico, vissuta sia nel contesto più generale dell’immigrazione (i centri d’ascolto di alcune parrocchie, ad esempio, sono frequentati soprattutto da stranieri), sia all’interno di una importante iniziativa promossa dalla Diocesi di Modena e Nonantola e la Comunità islamica di Modena: il Convegno Cattolico-Islamico. In molti altri contesti si costruiscono i rapporti fra le comunità islamiche ed il territorio modenese: nella scuola, nel lavoro, negli ospedali, nelle carceri e in tutti gli altri spazi che includono le attività quotidiane di ogni individuo, anche straniero. Ho ritenuto comunque opportuno, concentrarmi sulle tre linee specifiche dettate pocanzi, perché, secondo il mio parere, vanno a toccare dei punti “salienti” che riguardano il mondo islamico in particolare, e non tutte le realtà immigrate: come mai è il Centro Stranieri ad occuparsi della gestione dei rapporti con le moschee, e non altri enti? Perché la questione della pubblica sicurezza si acuisce, nella maggior parte dei casi, quando si tratta di controllare le comunità musulmane? Ed infine, quanto influisce il ruolo della Chiesa nella promozione della conoscenza della diversità religiosa islamica?

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5 PREMESSE “Le società multiculturali, nelle quali ci troviamo a vivere assieme a persone di origine e formazione diversa, condividendo con le stesse istituzioni, sono tra i risultati piø grandi dell’umanità. Ma sono anche tra i piø fragili.” 1 La fragilità di cui parla Farian Sabahi, giornalista e docente universitaria di origini iraniane, è una caratteristica predominante del discorso che si terrà nelle seguenti pagine, sul quale verte il rapporto tra il mondo islamico e quello occidentale: un fragile rapporto, appunto, in cui prospettive reciproche, attori, processi sociali e conflittualità identitarie non mancano di essere alla sua base. E basta davvero poco per minarlo, ma un grande sforzo culturale e conoscitivo da entrambe le parti, per rafforzarlo e renderlo realmente uno dei migliori spettacoli dell’umanità. Le società multietniche, e quindi multiculturali e multireligiose, in cui una vastissima varietà di persone, religioni e culture coabitano (ma non per questo “con-vivono”), presentano il continuo impegno di dover costruire una coesistenza, dove il fattore religioso, pregnante nella formazione di molti individui e delle società, risulta essere decisivo. Come teorizza Donati, studioso del campo, esistono quattro possibili soluzioni per quanto riguarda la co-esistenza religiosa: una prima possibilità, è il permanere di conflitti fra religioni differenti, sfociando, nei casi piø estremi, in guerre di religione dove le parti non hanno intenzione di scendere a “compromessi culturali” o di negoziare, il che verrebbe a significare, un indebolimento di posizione e quindi di potere. La seconda soluzione, è la costruzione di un’identità religiosa “patchwork”, da parte dell’individuo, dove gli apporti delle varie religioni diventano i tasselli per la formazione di una religione ibrida, risultato, però, di una mescolanza confusa, e non praticabile in termini comunitari: la credenza in una sorta di politeismo religioso individuale, non può essere condiviso e quindi perde di rilevanza religiosa, appunto. La terza via, corrisponde al confinamento della religione esclusivamente nella sfera privata ed intima: il suo trattamento da parte dei governi e degli stati, frutto di un processo culturale e sociale ormai insito nella mentalità di molti, rimane sul piano dell’indifferenza, della neutralità, senza valorizzare i numerosi apporti che la religione può donare alla società, in campo pubblico. Per la quarta ed ultima possibilità, Donati si esprime in questi termini: “Cercare le condizioni culturali, storiche e sociali, in base alle quali sia possibile una sfera pubblica ‘laica’ religiosamente qualificata, nel senso di riuscire a configurare le relazioni fra le varie religioni in modo che nessuna debba rinunciare alla propria identità e la possa non solamente esporre ma anche far valere in pubblico secondo regole di reciprocità che consentano una convivenza solidale, cosicchè la religione possa mantenere una sua rilevanza pubblica.” 2 Ma come si può creare una “sfera pubblica” in cui le religioni possano essere valorizzate e non entrare comunque in conflitto? Costruire un campo “universalistico” capace di regolare lo scambio ed il confronto fra le varie religioni, senza svalorizzare il loro apporto nella società? Un apporto, come 1 Cit. F. Sabahi, “Islam: l’identità inquieta dell’Europa. Viaggio tra i musulmani d’Occidente”, pag. 26 2 Cit. Donati, “Multiculturalismo e identità” pag. 51

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Scienze della Formazione

Autore: Regina De Valenzuela Contatta »

Composta da 99 pagine.

 

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