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La prigione romantica tra memoria e immaginazione. Silvio Pellico e Carlo Bini

Informazioni tesi

  Autore: Carmine De Cicco
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Napoli - Federico II
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filologia Moderna
  Relatore: Antonio Saccone
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 113

A dispetto dell'esiguo spazio racchiuso tra le pareti della cella, per il recluso la prigionia si configura spesso come il luogo adatto a un viaggio di formazione atipico, un viaggio in cui il lungo vagabondare tra città e immensi spazi aperti è sostituito dal percorrere e ripercorrere sempre gli stessi quattro passi della cella, eppure, questo come quello, efficace, propizio alla trasformazione e all'iniziazione. Un viaggio nelle profondità della propria anima e nelle pieghe della propria mente, prigioni nella prigione, sullo sfondo gretto e grigio di una galera, con pochi, pochissimi compagni di via. Tra questi: i secondini, un soprintendente, inflessibile homo burocraticus, qualche buon carceriere, e l'immancabile fauna del carcere, ossia zanzare, ragni, formiche, tutte figure tipiche di una letteratura fatta di topoi e motivi ricorrenti.
Il presente lavoro si configura proprio come un tentativo di analizzare alcuni di essi, primo tra tutti, il rapporto tra il prigioniero e il pianto: le lacrime, copiose e frequenti, sommesse e nascoste o dirompenti e manifeste, i pianti ora invocati ora spontanei, talora di pietà, più spesso di rabbia e di frustrazione, impegnano molte delle solitarie ore del recluso tra fantasie insane e principi di pazzia, oberato com'è anche dalla necessità di comunicare, di scambiare parole scritte o a voce.
La comunicazione, impedita, ostacolata, cifrata e, finalmente, realizzata, è la seconda direzione di questa analisi degli aspetti ricorrenti nell'esperienza di un prigioniero, tasselli di un mosaico variegato e di complessa articolazione, capace di rifulgere nonostante le circostanze.
I mosaici pazientemente assemblati da Silvio Pellico e Carlo Bini, sono davvero in grado di splendere nel carcere: i due scrittori-prigionieri realizzano proprio nel triste periodo della reclusione i loro capolavori: Le mie prigioni e Manoscritto di un prigioniero, opere che, ancorché diverse, talvolta addirittura antitetiche per stile e prospettive, rappresentano pur sempre le facce di una stessa moneta, quella della memorialistica carceraria, che entrambe contribuiscono ad inaugurare sullo sfondo di un'Italia da farsi, politicamente, socialmente, e culturalmente.
Mentre gli autori liberi sperimentano nuove idee e percorrono nuove strade, Pellico e Bini, in catene, compiono il loro decisivo percorso, al termine del quale giungono a piena maturazione umana e artistica. Raggiunta quella meta, la libertà sarà superflua, e l'ombra lunga del carcere continuerà a gravare sulle loro sparute persone, ormai marginali e dimesse, prefigurazioni emblematiche della figura dell'escluso novecentesco.
L'itinerario che trasforma Pellico da eroe della Patria a mansueto martire di fede, la scintilla capace di accendere, sebbene per un breve, brevissimo periodo, la scrittura di Bini, fregiandolo con la qualifica stessa di scrittore, sono ripercorsi in queste pagine con attenzione e dovizia di riferimenti agli altri abitanti del "mondo" della prigione, pagine attente a sottolineare le innegabili divergenze, ma anche le celate e mal indagate affinità tra le memorie del patriota piemontese e quelle del commerciante della Venezia, quartiere popolare di Livorno. Le preghiere del primo, le riflessioni morali, gli incontri, le letture, le composizioni, le digressioni del secondo, la critica alla società, alla politica, i divertissement: esempi di direzioni divergenti che, anche grazie all'immaginazione, li condurranno lontano, ancorché confinati nell'esiguo spazio della cella.

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6 CAPITOLO I Il motivo del pianto Sono forse le lacrime le più fedeli compagne di Silvio Pellico durante la lunga e dura esperienza carceraria, durante le solitarie e buie ore trascorse in celle diverse per dimensione ed ubicazione, ma accomunate dall’identica avversione che nei loro confronti proverà il prigioniero: quella stessa avversione che lo spingerà ad identificarle ora con una «vera tomba», 1 ora con un «baratro» 2 e un «covile», 3 ora ancora con un «orrido antro». 4 Che nelle mura dalla stanza di detenzione si apra o meno una finestra, che dietro le pareti ci sia o meno la presenza umana e confortante di un compagno di sventura, le lacrime sgorgano ad ogni modo, rigando il volto e l’animo del condannato. Condannato insieme a altri patrioti italiani, e accomunato a loro non solo – e non tanto – dalla discendenza da una medesima Patria, dall’aver lottato, e perso, una stessa battaglia per la libertà e l’unità nazionale, ma anche dalla crudeltà di un’analoga sorte da affrontare con fede, pazienza e lacrime, appunto. A conferma di questa identità di sofferenza e pianto 1 S. Pellico, Le mie prigioni, a cura di A. Jacomuzzi, Milano, Mondadori, 2004, p. 182. 2 Ivi, p. 139. 3 Ibidem. 4 Ivi, p. 141.

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Parole chiave

comunicazione
letteratura
memoria
prigione
romanticismo
immaginazione
cella
silvio pellico
carlo bini
lettaratura carceraria

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