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Determinanti ed effetti delle M&A

Informazioni tesi

  Autore: Flavio Lazzarino
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Economia
  Corso: Finanza Aziendale e Mercati Finanziari
  Relatore: Milena Viassone
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 297

Il presente lavoro ha l'obiettivo di analizzare le determinanti delle M&A, sia utilizzando i criteri di analisi legati alla teoria neoclassica, sia utilizzando le più recenti impostazioni della finanza comportamentale. Sono state indagate le motivazioni strategiche endogene e le forze esogene che spingono le aziende ad unirsi con la conseguente trasformazione di interi settori industriali, grazie alle ondate di M&A. Nel presente lavoro sono trattati gli effetti economici delle fusioni e acquisizioni che in letteratura hanno trovato ampio spazio. A questi viene affiancata l'analisi degli effetti sull'occupazione e sulle attività di ricerca e sviluppo, argomenti che hanno ricevuto meno attenzione presso gli ambienti di ricerca. Il lavoro intende quindi offrire una panoramica il più possibile completa delle cause e degli effetti delle M&A.
Una parte del lavoro è dedicata agli attori che, attraverso la consulenza strategica o specialistica, facilitano il completarsi delle operazioni delle M&A: le banche d'investimento.
La parte empirica, oltre a fornire una sintesi dei maggiori fenomeni che hanno caratterizzato il mercato delle M&A a livello mondiale, europeo e italiano negli ultimi anni, riguarda lo studio di due casi: una M&A di successo nel settore delle multi-utility e una di insuccesso nel settore automobilistico. La prima analizza la nascita di IREN in seguito alla fusione di IRIDE ed ENÌA all'interno di un settore, quello delle utility, che ha conosciuto un processo di consolidamento negli ultimi anni - legato ai processi di de-regolamentazione e liberalizzazione - e che probabilmente vedrà ulteriori operazioni di concentrazione nei prossimi anni. La mancata fusione tra Renault e Volvo, sebbene non recente, rappresenta un caso di insuccesso clamoroso, in cui la strategia pensata dai manager deve essere rivista con un cambiamento di direzione repentino. Questo caso insegna come nulla deve essere dato per scontato e come sia falsa la convinzione che determinati processi siano inarrestabili.

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1 Introduzione Il contesto economico attuale, ancora caratterizzato dalle turbolenze conseguenti alla crisi finanziaria globale e da squilibri strutturali tra le principali economie mondiali, è contraddistinto da previsioni di crescita, per i prossimi anni, differenziate in base alle varie aree geografiche. In base ai dati del Fondo Monetario Internazionale 1 , la crescita del PIL nel 2013 è stimata pari al 3,5% a livello mondiale, mentre risulta negativa sia per l’Area Euro (-0,2%) sia per l’Italia (-1%), con la ripresa prevista solo nel 2014. L’Italia, come noto, sta attraverso uno dei periodi più tumultuosi dal dopoguerra, impegnata in una difficile operazione di risanamento dei conti pubblici, resa ancora più complicata dalle mai sopite tensioni sullo spread del debito sovrano e dalla ripresa economica che pare ancora lontana nel tempo. Al rispetto dei parametri imposti dal trattato di Maastricht si affiancano altre “sfide” per recuperare il ritardo strutturale che il nostro paese ha accumulato rispetto ai partner europei più virtuosi, affinché si inneschi un processo di ripresa economica, si abbia maggiore stabilità finanziaria e si riacquisti credibilità internazionale. Le riforme devono interessare tutti i settori istituzionali: il mercato del lavoro e la previdenza, le opere pubbliche e i trasporti, la sanità, la pubblica amministrazione, la giustizia e hanno l’obiettivo di colmare il gap con i principali paesi europei, recuperare competitività e produttività e rendere le finanze del nostro paese maggiormente sostenibili. La ripresa economica deve basarsi sul rilancio dell’economia reale per evitare le bolle speculative che creano ricchezza “effimera”. Il tessuto imprenditoriale italiano è costituito in prevalenza da piccole e medie imprese, solitamente a conduzione familiare: a livello nazionale le PMI rappresentano la quasi totalità delle imprese (99,9%) e il 95% di esse presenta un numero di addetti inferiore a dieci 2 . Le aziende di maggiori dimensioni quotate in Borsa, invece, presentano caratteristiche relative alla struttura proprietaria che le discostano molto dal 1 http://www.imf.org, World Economic Outlook, Update January 2013. 2 http://www.confcommercio.it/home/SALA-STAMP/Iniziative/2009/Roadshow-P/scheda-PMI- ITALIA.doc_cvt.htm

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