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Il venture capital e gli strumenti giuridici a disposizione del venture capitalist e dell'impresa

Informazioni tesi

  Autore: Giuseppe Alessandro Aloisi
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Economia
  Corso: Scienze dell'economia
  Relatore: Maria Alessandra Stefanelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 183

L’espressione “venture capital” è costituita dall’aggettivo “venture” che tradotto alla lettera è sinonimo di “avventura, rischio, azzardo” e dal nome “capital” che sta per capitale. Unendo mentalmente l’aggettivo al nome, “venture capital”, l’idea è quella di capitali che si muovono alla ricerca di nuove opportunità profittevoli d’impiego, sopportando i rischi che possono derivare dal credere in un’avventura del tutto sconosciuta e azzardando opinioni sulla possibile evoluzione dell’iniziativa.
Il concetto non è nuovo: la nascita del venture capital può essere fatta risalire agli investimenti trust inglesi della fine del secolo scorso, che svolgevano il ruolo di istituzioni finanziarie la cui attività era investire titoli in imprese industriali .
Di fatto il venture capital ha le sue origini negli Stati Uniti, alla fine della seconda guerra mondiale, e si sviluppa nei primi anni Ottanta come apporto di capitale di rischio, in genere sotto forma di partecipazione azionaria di minoranza o di sottoscrizione di titoli convertibili in azioni da parte di un operatore specializzato, per un periodo di tempo medio-lungo, in imprese non quotate e con elevato potenziale di sviluppo.
In Italia, l’attività di venture capital è relativamente giovane e a tutt’oggi poco sviluppata. Due gli ordini di fattori principali che in passato hanno ostacolato lo sviluppo di tale attività: 1) il divieto per le banche di investire in capitale di rischio di imprese private; 2) l’assenza di una normativa specifica relativa alla gestione di portafogli di investimento da parte di fondi chiusi.
Un ulteriore fattore che ha ostacolato il ricorso al venture capital è di ordine culturale: negli altri paesi l’attività di investimento in capitale di rischio in istituzioni non finanziarie, da parte di investitori non istituzionali specializzati, è stata sollecitata dal mercato e dalla crescita della cultura finanziaria; in Italia, invece, è stata stimolata dall’autorità di vigilanza e dal legislatore.
Con il presente lavoro (nonostante le difficoltà incontrate nel reperire materiale sufficiente, dato lo scarso sviluppo di tale strumento) si è voluto analizzare: “il venture capital e gli strumenti giuridici a disposizione del venture capitalist e dell’impresa”. In particolare, oggetto dell’analisi sono stati:
1) il venture capital e la sua evoluzione legislativa negli Stati Uniti, in Europa e in Italia;
2) gli strumenti di venture capital maggiormente utilizzati in Italia con particolare riferimento alla disciplina dei fondi chiusi;
3) gli strumenti giuridici da utilizzare per regolare il rapporto tra venture capitalist e impresa;
4) le principali criticità del mercato italiano e le possibilità di rilancio del venture capital, come valida alternativa al capitale di debito nella fase di avvio e di sviluppo di piccole e medie imprese.

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4 INTRODUZIONE La crisi finanziaria abbattutasi nel corso del 2008 e nei primi mesi del 2009, dapprima negli Stati Uniti e di riflesso nel resto del mondo, ha avuto ripercussioni considerevoli nei confronti dell’economia reale: riduzione dei consumi, calo dell’esportazioni, aumento del tasso di disoccupazione e, di conseguenza, un calo del fatturato per le imprese. Tutto questo ha messo in forte difficoltà le imprese, in particolare, piccole e medie tanto che molte di queste, non avendo a disposizione sufficiente capitale di rischio per far fronte alla crisi, e già fortemente indebitate, sono uscite dal mercato. Diversi sono stati gli interventi messi in campo dall’Unione Europea per sostenere l’economia del “vecchio continente” (ad esempio la possibilità riconosciuta ai diversi paesi membri di poter attingere ai fondi Fas per rilanciare le aree fortemente sottosviluppate, o le deroghe concesse ai diversi paesi membri di poter intervenire a sostegno dell’economia attraverso interventi di finanza pubblica, nonostante gli elevati debiti pubblici) e gli interventi a livello di singolo Paese. Per quanto riguarda l’Italia, l’intervento del Governo con il decreto anticrisi del 1 luglio n. 78/2009 e, successivamente, con il decreto correttivo del 3 agosto n. 103 del 2009, approvato il 2 ottobre dal Parlamento, ha evitato che si presentassero scenari peggiori. Tra i diversi mezzi messi in campo per combattere la crisi, vi sono i Tremonti bond, obbligazioni speciali emesse dalle Banche che il Ministero del Tesoro si è detto pronto a comprare. Lo scopo è quello di permettere che il sistema bancario si mantenga ben patrimonializzato e soprattutto non sposti gli effetti della crisi sull’economia reale. Nonostante tali interventi messi in campo dal Governo italiano, il credito bancario, al settore privato non finanziario, ha subito un orientamento restrittivo riguardo ai criteri di offerta. In uno scenario macroeconomico poco favorevole, caratterizzato da una congiuntura economica negativa, seppur con timidi segnali che accennano a una ripresa dell’economia mondiale nel medio periodo, in cui gli istituti di credito richiedono maggiori garanzie per concedere credito alle imprese e

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