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L' Effortful Control nei disturbi internalizzanti ed esternalizzanti

L’effortful control, nell’accezione di Rothbart e Bates (1998), fa riferimento alle differenze individuali nella capacità di autoregolarsi; tali differenze sono: dovute a fattori biologici e ambientali (Eisenberg, 2012); rintracciabili precocemente (e.g. Wynn, 1992; Berger et al., 2006); riconducibili all’efficienza di una particolare rete neurale, quella dell’attenzione esecutiva (Rueda et al., 2011); longitudinalmente stabili (e.g. Henry et al., 1999; Caspi e Silva, 1995; Evans e Rothbart, 2007). Queste caratteristiche fanno dell’effortful control un fondamentale tratto temperamentale: se posseduto a livelli adeguati, infatti, è associato a una moltitudine di esiti di sviluppo adattivi, come il comportamento morale (e.g. Kochanska et al., 2001), il comportamento prosociale (e.g. Rothbart e Sheese, 2007), la competenza sociale (e.g. Rispoli et al., 2013) e il successo scolastico (e.g. Eisenberg et al., 2010b); tuttavia, se sussistono scarse abilità autoregolatorie (per esempio, in un contesto di rischio psicosociale), bambini e adolescenti possono andare incontro a esiti di sviluppo patologici, ovvero i disturbi internalizzanti ed esternalizzanti.
Ciò che è emerso nel corso di questo lavoro, infatti, è che l’effortful control risulta essere un fattore protettivo nei confronti della psicopatologia: innanzitutto per il suo ruolo di regolazione della reattività, in particolare emotiva, che consente l’attivazione di strategie di coping strategiche, flessibili ed efficienti per la gestione delle emozioni negative (e.g. Rothbart e Sheese, 2007; Eisenberg et al., 2007b). Questo aspetto risulta negativamente correlato sia ai disturbi internalizzanti (e.g. ansia e depressione: Dinovo e Vasey, 2011), sia ai disturbi esternalizzanti (e.g. abuso di sostanze: Willem et al., 2011; aggressività relazionale: Grower e Crick, 2011): in entrambi i casi, il rischio psicopatologico è dato da una combinazione di un’eccessiva reattività con una scarsa abilità autoregolatoria.
In secondo luogo, l’effortful control permette l’inibizione volontaria delle proprie tendenze di approccio o di evitamento a seconda del contesto (Eisenberg et al., 2011): una carenza in questo aspetto, definito “controllo inibitorio”, è propria di quei disturbi esternalizzanti caratterizzati da disinibizione comportamentale e impulsività (e.g. ADHD e problemi di condotta: Handley et al., 2011); tuttavia, l’impulsività (in particolare, motoria) può essere rintracciata anche nei disturbi d’ansia e dell’umore (Cosi et al., 2011). Infine, l’effortful control viene inteso anche come autoregolazione attentiva, data la sua stretta associazione (funzionale e neuroanatomica) con lo sviluppo dell’attenzione esecutiva: entrambi, infatti, traggono origine dal “sistema attentivo anteriore” (Posner e Rothbart, 2007), comprendente il Giro cingolato anteriore, l’area ventrale laterale, la corteccia prefrontale e i Gangli della Base. Per questo motivo, l’autoregolazione attentiva permette di padroneggiare abilità esecutive quali la risoluzione dei conflitti, la correzione degli errori e la pianificazione di nuove azioni. Uno scarso controllo attentivo, quindi, risulta associato sia a una forte impulsività e/o disinibizione, per via dell’incapacità di controllare i propri impulsi e di ritardare la gratificazione, sia a una scarsa capacità di modulare le emozioni e alla percezione di avere pensieri negativi incontrollabili: il primo aspetto è maggiormente legato ai disturbi esternalizzanti, come nel caso emblematico dell’ADHD (e.g. Wiersema e Roeyers, 2009); il secondo aspetto, invece, è tipico dei disturbi internalizzanti, soprattutto in quei casi caratterizzati da uno stile cognitivo definito “ruminativo”, che comporta il processamento ripetitivo di emozioni negative (Verstraeten et al., 2009). Esiste, tuttavia, una forma di ruminazione “rabbiosa” legata, in questo caso, ai disturbi esternalizzanti, come nell’aggressività reattiva (White e Turner, 2014).
Una questione da tenere in considerazione è rappresentata dalla comorbidità, ovvero dalla presenza nello stesso individuo di molteplici disturbi. Questa condizione rende opportuna una riflessione sul significato della sintomatologia manifestata dal soggetto: nei bambini con una comorbidità tra ADHD e ansia, ad esempio, l’impulsività risulta ridotta rispetto ai bambini con ADHD puro (Rothbart e Posner, 2jh006a), poichè l’ansia assume una funzione di regolazione delle emozioni. Nonostante l’effortful control risulti associato sia ai disturbi internalizzanti che a quelli esternalizzanti, le evidenze circa il primo tipo di relazione sono meno consistenti (Eisenberg et al., 2007b, 2011): questo perchè, nei disturbi internalizzanti, l’unica componente dell’effortful control che risulta significativamente deficitaria è il controllo attentivo, responsabile della regolazione delle emozioni negative, di cruciale importanza nel passaggio all’adolescenza (Oldehinkel et al., 2007).

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2 Introduzione Lo scopo di questo lavoro è indagare la relazione tra l’effortful control, un costrutto temperamentale basato sulle differenze individuali nell’autoregolazione (Rothbart e Bates, 1998), e la psicopatologia, in particolare per quanto riguarda i disturbi internalizzanti ed esternalizzanti. Il primo capitolo verterà sul costrutto di temperamento. Nel paragrafo 1.1 verrà delineato il filone storico della ricerca sul temperamento, partendo dagli studi sugli adulti e proseguendo per gli studi normativi, gli studi di genetica comportamentale e di psicologia comparata e la ricerca clinica. Il paragrafo 1.2 sarà dedicato a una rassegna di definizioni date dai principali studiosi del temperamento, includendo la schematizzazione di Zentner e Bates (2008) sui criteri d’inclusione del temperamento infantile. Il paragrafo 1.3 sarà dedicato agli approcci teorici principali allo studio del temperamento: l’approccio clinico di Thomas e Chess, l’approccio criteriale di Buss e Plomin, l’approccio alle emozioni di Goldsmith e Campos, l’approccio neurobiologico di Rothbart, l’approccio biotipologico di Kagan e gli adattamenti delle teorie sul temperamento adulto all’infanzia di Gray, Cloninger e Strelau; il paragrafo 1.4 offrirà una descrizione dei tratti temperamentali di base, ovvero: inibizione comportamentale, irritabilità/frustrazione, emozionalità positiva, livello di attività, attenzione/persistenza e sensibilità sensoriale. Infine, l’ultimo paragrafo (1.5) sarà dedicato a una panoramica degli studi che si sono occupati degli aspetti neurofisiologici (e.g. reattività autonomica e neuroendocrina) ed ereditari (i.e. studi sui gemelli e sui figli adottati) del temperamento. Il secondo capitolo sarà dedicato interamente all’effortful control e alla sua relazione con l’adattamento. Dopo un’introduzione sugli aspetti temperamentali del costrutto (par. 2.1), verrà descritto lo sviluppo delle reti attentive associate all’autoregolazione, con una descrizione delle funzioni, delle strutture neuroanatomiche e

Tesi di Laurea Magistrale

Facoltà: Scienze della Formazione

Autore: Cristel Rubulotta Contatta »

Composta da 178 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.