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Il concetto di complessità in Edgar Morin

Informazioni tesi

  Autore: Emanuela Assunta Masin
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Pisa
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Paola Bora
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 211

Questo lavoro ripercorre le tappe che hanno portato Edgar Morin a elaborare il concetto di complessità. Attraverso le molteplici esperienze di vita vissuta, dalla morte prematura della madre, alla partecipazione alla vita politica e alle vicende dell’Europa alle prese con gli sconvolgimenti e con le ricostruzioni del secolo scorso, alla svolta prospettica degli anni ’70 corroborata dalla teoria dei sistemi e dalla cibernetica, Morin osserva il riassetto politico-sociale e gli sviluppi umanistici e scientifici con l’occhio attento e profondo dello studioso a largo spettro, di antropologo, di sociologo e di filosofo, seguendo il filo conduttore di una riflessione a misura d’uomo, per l’uomo e intorno all’uomo, prendendo in esame anche questioni etiche ed ecologiche. Con la teoria della complessità Morin rompe gli schemi filosofici e scientifici imperanti e tradizionali e lancia una sfida tutt’altro che certa per rivedere e ricostruire le forme del pensare e del concepire, del conoscere e dell’insegnare. Lo schema espositivo segue la forma adottata dallo stesso Morin ne "I sette saperi" e puntualizza in altrettanti sette capitoli i cardini del pensiero complesso, gli obbiettivi fondamentali a cui deve aspirare ogni disciplina, delineandone i fondamenti e i presupposti teorici.
Il lavoro si conclude con un’applicazione del pensiero complesso alla vita quotidiana in cui descrivo brevemente la mia esperienza professionale di guida turistica.

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1 1 INTRODUZIONE 28 Novembre 2009, Pisa: Baxter Lectures, “Oltre la Sintesi Moderna – Il futuro di Darwin”. Tavola Rotonda con M. Buiatti, A.Cavezzini e Giuseppe Longo. Ho partecipato a quella serie di incontri incuriosita dagli interessanti argomenti trattati e in cerca di ulteriori approfondimenti per le letture e gli studi che stavo conducendo in quel momento. Darwin e l’evoluzione con le sue implicazioni erano un tema che mi aveva affascinata fin dai tempi del liceo. Inoltre stavo leggendo Roberto Marchesini con Posthuman e Giuseppe Longo con Il Simbionte. E proprio Giuseppe Longo sarebbe stato un ospite a questi seminari. Dunque, quale migliore occasione per sentire la voce e l’opinione dell’autore “in diretta”? Così ho avuto l’opportunità di vederlo e di ascoltare con interesse le sue parole, che ponevano anche questioni di fisica e di matematica. Una persona del pubblico è poi intervenuta affermando che “alla fine, le teorie e le formule migliori e vincenti per spiegare la natura e i fenomeni sono sempre state quelle piø semplici e generiche, che da sole rendono conto di molte cose”. Si riferiva ad enunciati semplici ed eleganti, che risolvono un grande numero di problemi. Ma questa affermazione veniva sottolineata con forza, quasi fosse un assioma accettato da tutto il mondo scientifico e profano, un fatto evidente e ormai da tutti condiviso, da non destare il benchØ minimo dubbio, quasi come se fosse una vera follia metterla in discussione. E io da profana, effettivamente non potevo che simpatizzare per questo argomento, essendo radicato nella mia cultura. Ma a questo punto la risposta del professor Longo è stata per me inedita e sorprendente: chi ha detto che le cose debbano avere una spiegazione semplice? Chi ha detto che le cose sono semplici? Non siamo piuttosto noi che vogliamo che lo siano e ci confezioniamo le teorie a misura per il nostro tornaconto e per la nostra migliore

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Parole chiave

antropologia
complessità
riduzionismo
pensiero complesso

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