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Relazioni tra Egitto e Israele: quali cambiamenti da Camp David ad oggi?

Informazioni tesi

  Autore: Angela Ilaria Antoniello
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi Ca' Foscari di Venezia
  Facoltà: Scuola in Relazioni Internazionali
  Corso: Relazioni Internazionali Comparate - International Relations
  Relatore: Emanuela Trevisan Semi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 180

"Eventi di storica valenza possono dare nuovi significati alle parole. Questo è il caso di Camp David" scrive William B. Quandt. Parole che prima del 17 settembre 1978 rimandavano semplicemente a una residenza presidenziale, da quel momento in poi rappresentarono, nel bene e nel male, uno spartiacque nella storia contemporanea del Medio Oriente. Una cesura di fronte alla quale non si poteva restare indifferenti e che è sempre stata dibattuta, tanto negli Stati Uniti quanto nel mondo arabo, in particolare sull'onda della cosiddetta "Primavera araba", quando Tel Aviv ha temuto che quello che era stato l'architrave geopolitico della regione per oltre trent'anni sarebbe potuto svanire da un momento all'altro.

Le reazioni suscitate dalla firma degli accordi di Camp David furono miste: se per gli Stati Uniti gli accordi rappresentarono un successo inaspettato in un anno particolarmente disastroso per la loro politica estera in Medio Oriente, per i Paesi arabi non furono altro che un atto di egoismo. Fu lamentata, infatti, una notevole discrepanza tra quanto il Presidente egiziano, accusato di aver capitolato davanti alle pressioni di Carter e Begin, aveva ottenuto per il proprio Paese e la blanda formula che avrebbe dovuto portare alla soluzione della questione palestinese e, di conseguenza, alla pace in tutta la regione. In breve, l'Egitto, che con Nasser era stato il leader indiscusso del Panarabismo, agli occhi del mondo arabo aveva anteposto la raison de l'état a la raison de la nation.

Tuttavia, a distanza di qualche anno le posizioni divennero, in generale, più mitigate: l'esistenza di Israele fu data per scontata e si iniziò a discutere una soluzione politica con lo Stato ebraico, al quale veniva comunque chiesto il ritiro dai territori occupati e l'auto-determinazione per i palestinesi, contemplando addirittura l'ipotesi che ciò si potesse verificare attraverso delle fasi di transizione. Uno schema mai implementato come parte degli accordi di Camp David, ma che diventò la base del processo di pace di Oslo, a dimostrazione del fatto che l'eredità di Camp David andava ben oltre il suo risultato più tangibile, vale a dire il Trattato di pace tra Egitto e Israele.

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7 Introduzione “Eventi di storica valenza possono dare nuovi significati alle parole. Questo è il caso di Camp David” 1 scrive William B. Quandt. Parole che prima del 17 settembre 1978 rimandavano semplicemente a una residenza presidenziale, da quel momento in poi rappresentarono, nel bene e nel male, uno spartiacque nella storia contemporanea del Medio Oriente. Una cesura di fronte alla quale non si poteva restare indifferenti e che è sempre stata dibattuta, tanto negli Stati Uniti quanto nel mondo arabo, in particolare sull’onda della cosiddetta “Primavera araba”, quando Tel Aviv ha temuto che quello che era stato l’architrave geopolitico della regione per oltre trent’anni sarebbe potuto svanire da un momento all’altro. Le reazioni suscitate dalla firma degli accordi di Camp David furono miste: se per gli Stati Uniti gli accordi rappresentarono un successo inaspettato in un anno particolarmente disastroso per la loro politica estera in Medio Oriente, per i Paesi arabi non furono altro che un atto di egoismo. Fu lamentata, infatti, una notevole discrepanza tra quanto il Presidente egiziano, accusato di aver capitolato davanti alle pressioni di Carter e Begin, aveva ottenuto per il proprio Paese e la blanda formula che avrebbe dovuto portare alla soluzione della questione palestinese e, di conseguenza, alla pace in tutta la regione. In breve, l’Egitto, che con Nasser era stato il leader indiscusso del Panarabismo, agli occhi del mondo arabo aveva anteposto la raison de l’état a la raison de la nation. Tuttavia, a distanza di qualche anno le posizioni divennero, in generale, più mitigate: l’esistenza di Israele fu data per scontata e si iniziò a discutere una soluzione politica con lo Stato ebraico, al quale veniva comunque chiesto il ritiro dai territori occupati e l’auto- determinazione per i palestinesi, contemplando addirittura l’ipotesi che ciò si potesse verificare attraverso delle fasi di transizione. Uno schema mai implementato come parte degli accordi di Camp David, ma che diventò la base del processo di pace di Oslo, a dimostrazione del fatto che l’eredità di Camp David andava ben oltre il suo risultato più tangibile, vale a dire il Trattato di pace tra Egitto e Israele. 1 W. B. Quandt, The Middle East: Ten years after Camp David, Washington DC, The Brookings Institution Press, 1988, p.I

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