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Sam Mendes tra cinema e teatro

Informazioni tesi

  Autore: Davide Magnisi
  Tipo: Tesi di Dottorato
Dottorato in Sciennze letterarie, linguistiche e artistiche; indirizzo Scienze letterarie e drammaturgiche europee
Anno: 2014
Docente/Relatore: Rutigliano Stefania
Istituito da: Università degli Studi di Bari
Dipartimento: Lettere lingue arti. Italianistica e culture compa
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 272

Un viaggio attraverso l'opera registica di uno dei più celebrati maestri del teatro contemporaneo inglese e autore di film come "American Beauty" e "Revolutionary Road"

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1 INTRODUZIONE Abbiamo bisogno del cinema per creare l’arte totale, verso cui tutte le altre hanno guardato. Ricciotto Canudo Studiare i film di Mendes è come immergersi nella storia del cinema americano, a cui le sue opere sempre rimandano, assorbendone il sedimentarsi nell’immaginario collettivo, riproponendone i generi, gli stili, le epoche. Costruendo una critica all’American Way of Life come si è propagandato attraverso i generi cinematografici e sviluppando una continua ricerca stilistica attraverso quei generi e quelle narrazioni codificate, come un apprendistato al sistema e alla macchina cinema, da parte di chi veniva da un altro continente sia geografico che artistico. È infatti difficile pensare a un altro regista così profondamente inglese come formazione e, pure, così focalizzato su temi americani nelle storie e nelle forme. Diversamente dalla maggior parte dei registi che hanno esordito nel cinema degli ultimi decenni, Mendes non proviene dalla televisione o dalla pubblicità, dalla pratica del cortometraggio o da scuole di cinema. Il suo debutto nel 1999, con American Beauty, è stato la conseguenza dell’enorme successo come regista teatrale: la palestra da cui sono nati quasi tutti i grandi registi del passato (soprattutto del cinema delle origini) e che ha continuato a essere una fucina di formidabili talenti nel Paese di William Shakespeare. In questo senso, la Gran Bretagna è stato un caso unico per continuità nella storia del cinema, proprio grazie alla sua fortissima tradizione teatrale. Celebre è l’affermazione di Laurence Olivier, secondo cui «se nel 1599 fosse esistito il cinematografo, Shakespeare sarebbe stato il più grande regista del suo tempo» 1 . Olivier è da considerarsi il capostipite di registi capaci di passare dal palcoscenico alla macchina da presa in maniera originale. Egli si pose formalmente il problema di portare le opere teatrali, Shakespeare in particolare, al cinema, facendo scuola e superando il vasto catalogo del semplice «teatro filmato». Il suo cinema non si limita a riprodurre le regie teatrali, ma lavora sullo sconfinamento, vi fa entrare la macchina da presa come mezzo espressivo, principio tecnico ispirativo al pari del testo drammatico. A un tipo di teatro e a un cinema del tutto diverso si rivolse poi Tony Richardson, tra gli animatori del Free Cinema, che trasferì dal palcoscenico al grande schermo la rabbia rinnovatrice di una generazione di «giovani arrabbiati», tra fine anni Cinquanta e anni Sessanta, contro i grandi miti di una nazione postcoloniale, sempre più emarginata nel novero delle potenze mondiali. Negli stessi anni, ma con minore vigore, debuttava al cinema un altro genio del teatro inglese, Peter Brook. I suoi lavori per il grande schermo, però, non furono mai all’altezza delle messinscene teatrali e così accadde a tutta una successiva generazione di straordinari registi come Trevon Nunn e Peter Hall, Richard Eyre, David Hare e Adrian Noble. Tutti passati dietro la macchina da presa con risultati alterni e deludenti. Se ha generalmente ragione René Clair, secondo cui «che a un autore riesca di porsi al servizio di due tecniche diverse, quella teatrale e quella cinematografica, e a signoreggiarle entrambe, è un fatto che deve venire considerato eccezionale e sul quale l’esperienza ci insegna a non far troppo affidamento» 2 , negli anni Novanta ha debuttato sul grande schermo una nuova leva di registi teatrali inglesi che ha riscosso grande successo di critica e pubblico. Sin dal suo esordio con Henry V (1989, Enrico V), Kenneth Branagh si è proposto come una sorta di redivivo Olivier, 1 L. Olivier in Emanuela Martini (a cura di), Ombre che camminano, Lindau, Torino 1998, p. 93. 2 R. Clair, Storia e vita del cinema, Nuvoletti, Milano 1953, p. 172.

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Parole chiave

cinema e teatro
american beauty
teatro inglese contemporaneo
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revolutionary road
sam mendes
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