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''Leggevano e primi pubblicavano iscrizioni piemontesi''. Epigrafia, antichità e storiografia a Torino nei secoli XVI e XVII.

Informazioni tesi

  Autore: Alice Digiacomo
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Letteratura, Filologia e Linguistica italiana
  Relatore: Silvia Giorcelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 193

Aprendo l'anno accademico 1880/1881 dell'Università di Torino, Ariodante Fabretti, titolare della cattedra di archeologia, ricordava i nomi di coloro che per primi si erano occupati dell'epigrafia piemontese: Maccaneo, Merula, Simeoni, Pingone, Guichenon, Maccio, Ligorio, Malabaila e Agostino Della Chiesa sono i nomi dei primi personaggi che, in Piemonte dagli inizi del XVI secolo, decisero di proporre nelle proprie opere le antichità romane. L'epigrafia piemontese è stata oggetto di studi sempre più approfonditi, culminati nell'Ottocento con i lavori di Carlo Promis, Theodor Mommsen e dello stesso Fabretti. Gli antichisti del XVIII e del XIX secolo sono stati studiati e il loro lavoro è stato analizzato da un punto di vista metodologico e contenutistico in importanti contributi pubblicati negli ultimi decenni. Viceversa, i primi eruditi che tra Cinquecento e Seicento si occuparono dell'epigrafia latina del Piemonte non sono, dopo l'interesse suscitato a fine Ottocento, stati ulteriormente studiati. Da questa constatazione nasce il presente lavoro: scopo della ricerca che viene qui offerta è una ricostruzione delle biografie dei principali personaggi citati da Fabretti nel suo discorso, al fine di comprenderne motivazioni, strumenti, metodi e approcci. Attraverso questo lavoro si è cercato di comprendere perché persone con background tanto differenti abbiano rivolto le proprie attenzioni al recupero del passato di una città quale Torino, in cui l'occupazione francese e le continue guerre avevano destabilizzato lo sviluppo della cultura regionale e delle istituzioni scolastiche locali e in cui solo il trasferimento della capitale del ducato aveva dato avvio a un processo di rinascita culturale e si è cercato di andare alle radici di uno sviluppo tanto precoce degli studi sulle antiquitates piemontesi e della loro scoperta e valorizzazione tra XVI e XVII secolo. Il punto di partenza dell'indagine sono stati quegli studi condotti nel corso dell'Ottocento, che hanno contribuito a far uscire dall'oblio le figure di questi eruditi; in particolare Gaudenzio Claretta, Ferdinando Gabotto, Domenico Promis e la fondamentale opera di Carlo Promis Le iscrizioni raccolte in Piemonte e specialmente a Torino da Maccaneo, Pingone, Guichenon tra l'anno MD e il MDCL. Dall'analisi degli studi ottocenteschi e da quelle delle opere di questi eruditi si è, in primo luogo, cercato di evincere il dato biografico di ciascuno essendo carenti notizie ufficiali al riguardo. In secondo luogo, si è cercato di stabilire l'esistenza di rapporti tra questi eruditi, postulabili sulla base di analogie, corrispondenze e similitudini che saltano all'occhio dalla lettura comparata di questi scritti cinquecenteschi e secenteschi. Sebbene le notizie in nostro possesso non consentano di stabilire con certezza né l'esistenza di eventuali relazioni tra i soggetti, né dipendenze contenutistiche certe tra le opere, la ripetitività nella presentazione della documentazione induce a postulare che esse esistessero. Con questa ricerca si è cercato di offrire uno spaccato della realtà culturale torinese tra Cinquecento e Seicento mettendo in luce i rapporti tra gli eruditi, le gerarchie dei testi, le reciproche dipendenze e le conseguenze di questi concatenamenti di studi, in un'epoca in cui la preoccupazione di non falsificare la storia e di controllare personalmente l'attendibilità delle affermazioni riportate non era una priorità. Si può sì sostenere che le più antiche sillogi che si possiedono risalgono al IX secolo, ma è solo col fiorire dell'umanesimo che lo studio e la raccolta dei reperti in Piemonte cominciò ad avere una connotazione storica e documentaria, benché precaria e non scientifica e metodologica. Per quanto riguarda Torino e la regione la raccolta cominciò proprio con Simeoni, Maccaneo, Merula, Maccio, Ligorio e Guichenon, i quali per di più si "aiutarono" tra di loro, scambiandosi informazioni, reperti, iscrizioni. C'è chi lo fece citando la fonte dalla quale prese spunto, c'è chi lo fece tacendola. La ricerca aiuterà a capire perché avvenne questo scambio, chi lo promosse tacitamente e chi lo fece alla luce del giorno; aiuterà a comprendere chi è la fonte dell'antichità ritrovata e chi è il copiatore, quale opera possiede l'originale e quale una copia o un falso. Si è, inoltre, cercato di inserirsi nel filone storiografico che sta incontrando molto favore in questi anni, andando ad analizzare un periodo che finora non è stato particolarmente indagato allo scopo di individuare il momento in cui sono state originate una serie di inesattezze e falsificazioni che sono state ottusamente perpetuate per secoli e solo nell'Ottocento inoltrato sono state smascherate. Perché per ricostruire il mondo classico torinese e piemontese vi furono coloro i quali si servirono della letteratura, dell'archeologia, della numismatica e coloro i quali decisero che, quando vi era una lacuna nella documentazione, a piacimento potevano colmare quel vuoto.

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3 Premessa Signori, come fu sempre di conforto ai viventi riandare col pensiero alla memoria dei tempi trascorsi, e le vicende degli uomini e delle cose, per trarne ammaestramento, considerare; e come al viandante, che compieva lungo ed aspro cammino, si solleva lo spirito col riguardare dietro di sé; così coloro che diedersi interamente alle scienze piace conoscere quali ne furono gli antesignati e i maestri, e per quali vie e dopo quali erramenti salirono in fama e si resero benemeriti della civile convivenza. 1 Aprendo l’anno accademico 1880/1881 dell’Università di Torino con queste parole, il 3 novembre del 1880, Ariodante Fabretti, titolare della cattedra di archeologia, si inseriva in una corrente di pensiero – che traeva la propria origine dalla metodologia tedesca e che incontrava ancora molti consensi tra gli studiosi piemontesi – secondo la quale rivestiva basilare importanza la ricostruzione delle origini storiche dei documenti e degli studi ad essi collegati. Così egli ricordava, poco più avanti, i nomi di coloro che per primi si erano occupati dell’epigrafia piemontese: Leggevano e primi pubblicavano iscrizioni piemontesi un Domenico Belli, meglio conosciuto col nome di Maccaneo dalla sua patria Maccagno, e poco dopo Gaudenzio Merula e il fiorentino Gabriele Simeoni; ai quali tenne dietro Filiberto Pingone; il bresciano Giammaria Maccio produceva talune epigrafi torinesi, con altre di Alba, di Aqui e di Asti. [...] Né più accorto fu il francese Samuele Guichenon, che nel 1660 mise alla luce una raccolta di cencinquanta iscrizioni di Torino [...] Di altre epigrafi, per ignoranza smarrite, lasciò il ricordo Filippo Malabaila; ma le sue memorie astigiane impinguò di lapidi, che impure riconosceva lo stesso Agostino della Chiesa, vescovo di Saluzzo, benemerito della storia piemontese. 2 Maccaneo, Merula, Simeoni, Pingone, Guichenon, Maccio e ancora Malabaila e Agostino Della Chiesa furono i primi a raccogliere, a detta di Fabretti, le iscrizioni latine nel territorio piemontese. Dunque, questi sono i nomi dei primi personaggi che, in Piemonte dagli inizi del XVI secolo, decisero di proporre nelle proprie opere le antichità romane. In seguito alle prime raccolte pioneristiche menzionate da Fabretti, l’epigrafia piemontese è stata oggetto di studi sempre più approfonditi, culminati nell’Ottocento con i lavori di Carlo Promis, Theodor Mommsen e dello stesso Fabretti. A loro volta, gli antichisti del XVIII e del XIX secolo sono stati studiati e il loro lavoro è stato 1 Il Discorso letto per l’inaugurazione dell’anno accademico 1880-81 nella R. Università di Torino li 3 novembre 1880 dal Professore Ariodante Fabretti è contenuto in Discorso inaugurale e annuario accademico 1880-81 stampato a Torino dalla Stamperia Reale il 5 febbraio 1881. Più precisamente si vedano le pagine 5-14. La cit. è a p. 5. 2 Ibid., pp. 7-8.

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Parole chiave

epigrafia
pirro ligorio
storia di torino
maccaneo
gabriele simeoni
giovanni mario maccio
emanuele filiberto pingone
samuel guichenon
gaudenzio merula
monsignor francesco agostino della chiesa

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