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Il decentramento politico-amministrativo (il caso di Latina)

Informazioni tesi

  Autore: Lorella Pigini
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Sociologia
  Corso: Sociologia
  Relatore: Pio Marconi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 212

Le Autonomie locali curano gli interessi della popolazione che rappresentano e possono formulare programmi decisi autonomamente. Nel settore circoscrizionale, infracomunale, la partecipazione si avvicina più che mai a forme democratiche di rapporti faccia a faccia che ridanno il senso della comunità e attivano nei confronti dell’organizzazione comunale il feed back più umano della verifica dei direttamente interessati, momento anti elitistico che pone in primo luogo la partecipazione dei residenti alla gestione dei servizi. Questo è possibile se esiste una risposta positiva da parte dei cittadini. Il caso di Latina è esaminato considerando: a) la storia dei Consigli di Quartiere, rintracciata attraverso la stampa; b) le interviste ai presidenti delle sette circoscrizioni; c) le origini del comune (un tempo Littoria) nato nel 1932. I suoi abitanti (coloni veneto-friulani) vennero immessi secondo un piano di immigrazione pilotato dal governo fascista; a questo processo le popolazioni autoctone parteciparono in modo del tutto casuale e secondario pur perdendo territorio e forme di economia. Secondo lo scrittore Antonio Pennacchi la ruralizzazione promossa dall’Opera Nazionale Combattenti, cioè la bonifica agraria e sociale che mirava a spezzare il latifondo nel Pontino con l’esproprio dei terreni e l’appoderamento, fu una rivoluzione di struttura marxista che si esaurì nel ’35. In seguito i notabili Lepini entrarono nei quadri del Pnf e nell’amministrazione. Le città nuove e le masse dei contadini venivano così ad essere governate e dirette dai maestri elementari e dagli avvocati di Norma, Sezze, Sonnino e Terracina. Il blocco sociale battuto dal fascismo rosso nel ’31-’35, riconquista in questo modo e perpetua sino ad oggi la sua egemonia e il dominio sull’intero territorio attraverso la cooptazione delle nuove élite anche di ultima immigrazione. Caduto il regime fascista gli stessi personaggi trasmigrano in massa nella DC e in tutti gli altri partiti compresi quelli di sinistra. Per attirare a sè il voto dei coloni rimuovono il vincolo di inalienabilità dei poderi dando luogo ai frazionamenti indiscriminati, alle lottizzazioni e a tutte le operazioni immobiliari che finiranno poi per produrre la corografia odierna. In questa chiave di lettura è visto il decentramento amministrativo a Latina. I primi consigli di quartiere istituiti nel 1974 dalle élite dei partiti con il pretesto di accrescere il senso civico dei cittadini tramite la partecipazione, si dimostrarono ottimi strumenti per la cattura del consenso. Nell’85 l’elezione a suffragio diretto degli stessi non sortì cambiamenti e rimasero filiazioni delle clientele di partiti. L’ultima riforma del ’97 è stata voluta dall’Amministrazione del Sindaco Ajmone Finestra, rappresentante del MSI-DN, il partito che fin dal ’74 aveva manifestato la sua contrarietà per quegli “inutili doppioni del consiglio comunale volti ad accrescere lo strapotere dei partiti e il più deleterio clientelismo.” Oggi i Consigli di Circoscrizione permangono “serbatoi di voti”, non ci sono liste civiche, la partecipazione avviene sotto il diretto controllo della élite comunale che cerca di paralizzare ogni iniziativa. Esemplare la vicenda del PRG nel 2001. L’approvazione in Consiglio Comunale del nuovo strumento urbanistico fu possibile grazie ai voti dell’opposizione. Vi fu un confronto molto duro tra imprenditori edili e il Sindaco Finestra. I primi fecero ricorso al TAR che bocciò il PRG in nove punti ma il primo suscitò più clamore: la mancata richiesta del parere alle circoscrizioni. Il Sindaco aveva cercato di rimediare ma le circoscrizioni, soprattutto nei borghi, manipolate dai consiglieri comunali non espressero i loro pareri.

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INTRODUZIONE IL DECENTRAMENTO POLITICO - AMMINISTRATIVO Tutti gli ordinamenti delle democrazie occidentali odierne, accanto al potere centrale (lo Stato), conoscono poteri pubblici locali, variamente articolati. La nostra Costituzione prevede, in tal senso, le Regioni, le Province, i Comuni e altri possibili Enti locali. L’articolo n. 5 della Costituzione afferma: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali, attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi e i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.” Partendo dalla distinzione tra accentramento burocratico e accentramento politico e quindi corrispondentemente tra decentramento burocratico e decentramento politico, la nostra Costituzione esige che anche lo Stato sia decentrato. Lo Stato italiano, per quanto unitario, deve o dovrebbe essere organizzato in modo tale che le sue decisioni siano adottate nel maggior numero di casi non direttamente dal centro ma da organi decentrati in tutto il territorio, a stretto contatto con i bisogni degli interessati. In pratica che non tutto, e neanche la maggior parte, venga deciso a Roma, ma che lì si coordini l’attività decisionale degli organi decentrati e si adottino le decisioni amministrative realmente generali, mentre la stragrande maggioranza delle decisioni che riguardano persone o gruppi locali, situazioni specifiche e zone determinate, siano adottate da organi i più vicini possibile agli interessati. Esistono quindi le Prefetture, le Direzioni Provinciali del Tesoro ecc. D’altra parte anche lo Stato più accentrato è costretto per esigenze ovvie di funzionamento a decentrare alcuni suoi compiti e poteri. In questo caso il decentramento costituisce una tecnica amministrativa dello Stato, opportuna quanto si vuole, utile e politicamente desiderabile, ma che non tocca l’unitarietà dello Stato: gli organismi amministrativi decentrati sono soggetti burocratici, dipendono pur sempre dallo Stato e dunque sono ricondotti, attraverso i tradizionali strumenti di controllo e di direzione, entro le decisioni politiche dello Stato nel suo insieme. Tutt’altra cosa e molto più importante e significativa, è il decentramento politico (o autonomia per usare l’espressione della Costituzione). In questo caso non è lo Stato che si articola a livello locale, ma sono le comunità locali che esprimono da se stesse i propri programmi e da se stesse traggono i dirigenti che guidano l’apparato locale destinato a realizzarli. 3

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