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L’integrazione scolastica del bambino con autismo: il ruolo del contesto

Informazioni tesi

  Autore: Michela Botticini
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2013-14
  Università: Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia
  Facoltà: Scienze dell'Educazione
  Corso: Scienze dell'educazione e della formazione
  Relatore: Ilaria Folci
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 48

La presente tesi vuole indagare una delle patologie dello sviluppo più gravi: l’autismo. Nonostante sia fra le più studiate, ad oggi non si conoscono ancora le cause specifiche della sua insorgenza.
Si è approfondita la conoscenza di questa malattia svolgendo un’osservazione di cinque bambini autistici, frequentanti cinque scuole primarie differenti, che per motivi di privacy sono citati solo mediante l’iniziale del loro nome. Lo scopo prefissato è quello di comprendere e analizzare il ruolo del contesto nel processo di integrazione scolastica di questi bambini, contesto inteso come ambiente sia fisico che relazionale. Concluse le osservazioni si è cercato inoltre di individuare quali fossero le possibili azioni per migliorare la partecipazione alla vita di classe.
La tesi è suddivisa in 3 capitoli. Il primo è dedicato alla comprensione e alla descrizione storica dell’autismo, all’enunciazione delle sue caratteristiche, alla questione irrisolta delle cause e infine alla prognosi. Nel secondo capitolo viene approfondito il tema della sensorialità: vengono descritti i 5 sensi ed enucleate le anomalie sensoriali che spesso accompagnano il disturbo dello spettro autistico. Successivamente vengono esposte le possibili strategie comportamentali che i genitori, gli educatori e chi si prende cura del bambino possono mettere in atto per affrontare la quotidianità, senza dimenticarsi mai di rispettarlo come persona. In conclusione si elencano i possibili trattamenti a cui il bambino autistico con problemi sensoriali può essere sottoposto con la speranza che questi possano farlo vivere in modo più confortevole.
Nella prima parte del terzo capitolo vengono delineate le caratteristiche fondamentali dell’ICF, la classificazione su cui si è basata la redazione della scheda osservativa che si è utilizzata per svolgere l’analisi. Nella seconda parte vengono enunciati i criteri con cui si sono determinati i bambini da osservare e vengono presentati i risultati del lavoro.

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5 1. Il disturbo dello spettro autistico 1.1. Cenni storici sullo studio dell’autismo Grazie ad alcuni interessanti resoconti medici, descrizioni ed osservazioni del passato, riguardanti l’autismo, è possibile comprendere che tale disturbo non può essere considerato un fenomeno moderno, anche se è stato classificato e riconosciuto solo in tempi abbastanza recenti. Alcune osservazioni relative a due casi - uno della fine del IX secolo, Victor ‘il ragazzo selvaggio dell’Aveyron’, e l’altro dell’inizio del medesimo secolo, il giovane Kaspar Hauser - potrebbero essere prese come prime prove del disturbo dello spettro autistico. Per quanto riguarda il ragazzo selvaggio esistono alcune informazioni, scritte da Itard, il medico che trascorse un periodo insieme a Victor, le quali consentono di supporre che il ragazzo fosse affetto da sindrome autistica, anche se non è possibile affermarlo con certezza. Questo giovane, infatti, mostrava un serio disturbo delle interazioni sociali, uno intellettivo specifico, uno dell’attenzione sensoriale, una difficoltà a mettere in pratica giochi di finzione ed alcune stereotipie. In Kaspar, invece, vennero riscontrate difficoltà nella percezione sensoriale, goffaggine generale, amore per l’ordine, relativa povertà di linguaggio, ingenuità e mancanza di esperienza delle cose del mondo. Il disturbo dello spettro autistico venne descritto ufficialmente per la prima volta, nel 1943, da Kanner, psichiatra infantile, per descrivere undici bambini che mostravano una psicosi infantile dalla sintomatologia molto caratteristica. Il termine ‘autismo’ deriva dalla parola greca autòs, che significa se stesso: la persona autistica è, infatti, chiusa, ritirata in sé stessa. Kanner ha suggerito la denominazione autismo infantile precoce perché “riteneva che la tendenza ad avere un atteggiamento distaccato e ritratto dal mondo esterno fosse il tratto più caratteristico di questi bambini fin dai primi anni di vita”. 1 Sembrava che la sindrome autistica fosse presente sin dalla nascita del soggetto, quindi rappresentasse un mancato sviluppo e non una regressione e non implicasse un deterioramento progressivo, ma dei miglioramenti grazie all’apprendimento e alla crescita. Infatti, i bambini descritti da Kanner non erano mai stati in grado di sostenere relazioni sociali significative e potevano progredire grazie ad interventi educativi. 1 Wing L. (1986). I bambini autistici. Una guida per i genitori. Roma: Armando. Pag. 12

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