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Il disagio nella professione dell'avvocato. Una prospettiva internazionale

Informazioni tesi

  Autore: Laura Sulcis
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Cagliari
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Psicologia
  Relatore: Marina Mondo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 143

Il disagio nella professione dell’avvocato veniva già ben descritto da un notissimo Principe del Foro, vissuto nei primi decenni del secolo scorso, Piero Calamandrei (1985, p. 391 ) «L'avvocatura è una professione di comprensione, di dedizione, di carità. Nel suo cuore, l'avvocato (come il giudice) deve metter da parte i suoi dolori, per far entrare i dolori degli altri. Un imputato alla vigilia della sentenza può anche esser sereno: ha rimesso il suo destino nelle mani del suo difensore, ed attende. Ma l'avvocato, in quella vigilia, non può esser tranquillo: la tragedia dell'imputato si è trasfusa in lui, lo logora, lo agita, lo lacera. Per gli avvocati non c'è riposo: devono prodigarsi fino all'ultimo respiro: devono andare in udienza fino all'ultimo giorno».
E’ da un’esperienza vissuta da un amico avvocato penalista che nasce l’idea di dedicarsi all’analisi della letteratura nazionale ed internazionale sul burnout, ed in particolare negli avvocati, Il primo intento è stato quello di comprendere da dove il concetto, peraltro con significato nebuloso, si fosse originato, come si fosse differenziato rispetto a concetti affini e la sua evoluzione nel tempo, e dunque di contestualizzarlo anche rispetto ai diversi studi effettuati. Il secondo intento è stato quello di approfondire le conoscenze rispetto agli studi effettuati sul disagio avvertito dagli avvocati, nell’ipotesi che fosse ingiustamente una professione trascurata ed a grosso rischio di incombere nella sindrome, e che i penalisti, essendo a maggior contatto con la gente che ha in genere problematiche più importanti e più forti da un punto di vista morale, rispetto ai civilisti, fossero maggiormente a rischio.
Nel primo capitolo verrà fatto un breve excursus storico dedicato ai mutamenti avvenuti nell’attività lavorativa, con particolare riferimento al periodo inerente l’industrializzazione, al Taylorismo ed al suo superamento ed ai disagi che tali cambiamenti hanno apportato ai lavoratori e contestualmente si vedrà come si arriva al concetto di burnout, che cambia “fisionomia” nel tempo e che si origina da altri concetti come quello di fatica e di stress, dei quali saranno esposti i principali modelli di riferimento (Yerkes e Dodson, 1908; Münsterberg, 1913; Selye, 1936; Cooper & Marshall, 1976, 1978; Van Harrison, 1978; Karasek, 1989). In seguito saranno analizzati i principali modelli del burnout, rispetto a come esso insorga e si evolve, dai più datati a quelli più moderni (Freudenberger, 1974; Maslach, 1992; Edelwich e Brodsky, 1980; Mansmann, 1999): si evidenzierà il carattere multidimensionale e processuale della sindrome.
Nel secondo capitolo verranno analizzati i sintomi della sindrome del burnout, evidenziati dai diversi Autori (Maslach, 1992; Cherniss, 1980; Pines, Aronson & Krafry, 1981) e rispetto ad alcuni modelli (Burich, 1985; Farber, 2000) che sono stati focalizzati principalmente su di essi. In seguito si vedranno le cause che possono originare il burnout che nel tempo sono state variamente considerate, per esempio dando ora più spessore a fattori personali, ora a fattori contestuali e
lavorativi od ancora extralavorativi, e si analizzeranno i modelli causali di riferimento più recenti, quali ad esempio la teoria della conservazione delle risorse (modello COR) (Hobfoll 1988; 1989; 1998; 2001) o quello della domanda-risorse lavorative (modello JD-R) (Demerouti, Bakker, Nachreiner & Schaufeli, 2001; Bakker & Demerouti, 2007) in contrapposizione con quello di Maslach e Leiter (1997), fino alla tesi del contagio di Bakker et al. (Bakker, Schaufeli, Sixma, Bosveld & van Dierendonck, 2000; Bakker, Schaufeli, Sixma & Bosveld, 2001).
In seguito saranno esaminati gli strumenti di misura del burnout, in particolare il Maslach Burnout Inventory (Maslach & Jackson, 1982), che risulta essere quello maggiormente utilizzato, e si vedranno le critiche ad esso addotte ed il mezzo di misura proposto in alternativa, il Cophenagen Burnout Inventory (Kristensen, Borritz, Villadsen & Christensen, 2005).
Il terzo capitolo sarà totalmente dedicato al burnout negli avvocati, si disamineranno gli studi pioneristici effettuati (Maslach & Jackson, 1978; Maslach & Jackson, 1978; Feng-Jen, Wei-Lun, Chang-Chuan & Wei-Lun, 2009; Sharma, Verma, Verma & Malhotra, 2010) e verranno analizzate le conseguenze alle quali vanno incontro gli avvocati Americani sotto stress, i quali risultano essere la professione più pesantemente colpita delle altre. Infine si vedrà un riesame della ricerca empirica Americana effettuato dalla Daicoff (1997) per individuare le cause che portano gli avvocati a sfociare nel distress, a partire dalle particolari caratteristiche interne all’avvocato fino ad individuare fattori esterni all’individuo appartenenti al contesto.

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1 Introduzione Il disagio nella professione dell’avvocato veniva già ben descritto da un notissimo Principe del Foro, vissuto nei primi decenni del secolo scorso, Piero Calamandrei (1985, p. 391 1 ) «L'avvocatura è una professione di comprensione, di dedizione, di carità. Nel suo cuore, l'avvocato (come il giudice) deve metter da parte i suoi dolori, per far entrare i dolori degli altri. Un imputato alla vigilia della sentenza può anche esser sereno: ha rimesso il suo destino nelle mani del suo difensore, ed attende. Ma l'avvocato, in quella vigilia, non può esser tranquillo: la tragedia dell'imputato si è trasfusa in lui, lo logora, lo agita, lo lacera. Per gli avvocati non c'è riposo: devono prodigarsi fino all'ultimo respiro: devono andare in udienza fino all'ultimo giorno». Un avvocato di Cagliari, dopo aver conseguito la laurea in legge e portato a termine egregiamente il suo tirocinio, decise di iscriversi alla facoltà di psicologia ad Urbino, alla quale fece in tempo a terminare gli esami del primo anno con ottimi voti, per poi dover rientrare in città per motivi che esulavano i suoi studi. Iniziò, dunque, già a malincuore, ad esercitare la professione di avvocato, scegliendo un campo nel quale poteva anche dispiegare la sua attitudine per la psicologia, ovvero il penale, ma era un’arma a doppio taglio, infatti è vero che poteva ascrivere al curriculum una collezione di successi, ma allo stesso tempo oltrepassava spesso la misura di empatia necessaria per ogni caso, non mantenendo il distacco che doveva esserci per poter esercitare a lungo la professione in maniera sana ed equilibrata. Ben presto iniziò a diventare scontroso, duro coi clienti, e con la famiglia e gli amici che lo circondavano, trattandoli spesso come oggetti, come numeri che pesavano e che non vedeva l’ora lo lasciassero in pace, da solo. Era sempre più stanco, si sentiva consumare giorno dopo giorno dal lavoro e lamentava di continuo di non avere il tempo per potersi dedicare alla propria vita privata, tanto che arrivò a desiderare di lasciare il lavoro e di allontanare tutti per potersi dedicare alla sua passione per la canoa. Ed è proprio attraverso la coltivazione di quest’ultima che egli ha trovato in parte la propria autocura, scaricando come un fiume in piena, infuriato e carico di energie negative, lo stress accumulato durante l’anno. 1 Calamandrei, P. (1985). Opere giuridiche (Vol. 10). Napoli: Morano.

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