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Emigrazione italiana in Svizzera: la “crisi della presenza” fra Heimweh e double consciousness

Informazioni tesi

  Autore: Aldo Gabriele
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi della Calabria
  Facoltà: Scienze dell'Educazione
  Corso: Scienze dell'educazione e della formazione
  Relatore: Cesare Pitto
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 78

Affrontare un elaborato di tesi sul tema dell'emigrazione, quando si è figlio di emigrati e quando si è personalmente coinvolti nel definirsi del "viavai calabrese", presenta una duplice difficoltà: da un lato si deve necessariamente essere emotivamente il più distaccati possibile dall'oggetto di indagine, dall'altro ci si rende conto che si è, per forza di cose, più che un osservatore partecipante (participant observer), un osservatore coinvolto (involved observer).
Quando si è prospettata la possibilità di approfondire la riflessione, da un punto di vista antropologico, non ho esitato un attimo, scegliendo nell'ambito dei processi migratori una sortita antropologica tra gli emigrati italiani in Svizzera, avendo, tra l'altro, la possibilità di tornare per alcuni mesi in Svizzera, per motivi di lavoro oltre, ma questo lo decisi al momento, che di studio.
Il presente lavoro mi ha aiutato, senza alcun dubbio, a riannodare i fili spezzati della mia storia, a mettere ordine e definire più precisamente la mia identità, ma anche ad esplorare quella che Hobsbawm definisce la zona crepuscolare, ossia quella zona che "si stende dal punto d'inizio delle tradizioni o memorie familiari ancora vive (diciamo dalla più antica fotografia di famiglia che il familiare più anziano è in grado di identificare o spiegare) fino al termine dell'infanzia".
L'elaborato, quindi, è strutturato come un intreccio tra considerazioni personali, riconducibili al proprio vissuto, o alla propria memoria, ricostruzioni storico-sociali del periodo considerato, ed interpretazioni dei dati rilevati sul campo.
Per quanto riguarda la progettazione della discesa sul campo, oltre a far riferimento ai miei ricordi personali, mi sono avvalso di alcuni informatori, fra i quali mio padre, vissuto in Svizzera dal marzo 1957 al dicembre 1991, al quale spesso ho chiesto informazioni riguardo a sé ed alle quotidianità di quegli anni.
Durante il mio soggiorno svizzero ho avuto modo di intervistare alcuni emigrati tutt'ora residenti a Schönenwerd, in particolare Aldo Domanico, roglianese emigrato nel 1970, a 21 anni, e fondatore, nel 1986, dell'Associazione Roglianesi Emigrati in Svizzera (ARES).
Il ruolo degli informatori è stato determinante perché essi hanno rappresentato gli strumenti privilegiati per entrare in comunicazione con le realtà oggetto dell'osservazione e per definire il confronto per la rielaborazione delle esperienze che, fino ad allora, vivevano solo in me.
La possibilità di intervistare persone di generazioni diverse, o comunque emigrate nell'arco di quasi 30 anni, mi ha permesso di ricoprire, con le indagini, l'intero arco temporale dell'emigrazione dei roglianesi in Svizzera, che arriva ormai a 60 anni (dal 1954 al 2014).
Non solo per fare chiarezza sulla mia zona crepuscolare, ma soprattutto per comprendere meglio come è iniziato l'esodo roglianese verso la Svizzera, è stato necessario iniziare dalla metà degli anni '50 del secolo scorso.

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Se conosci la tua storia sai da dove viene il colore del sangue che ti scorre nelle vene. Gennaro Della V olpe Introduzione Una premessa che è quasi un chiedere scusa. 1 Affrontare un elaborato di tesi sul tema dell'emigrazione, quando si è figlio di emigrati e quando si è personalmente coinvolti nel definirsi del “viavai calabrese”, 2 presenta una duplice difficoltà: da un lato si deve necessariamente essere emotivamente il più distaccati possibile dall'oggetto di indagine, dall'altro ci si rende conto che si è, per forza di cose, più che un osservatore partecipante (participant observer), un osservatore coinvolto (involved observer). 3 A complicare ulteriormente il compito si aggiungeva la mia passata conoscenza 1 Parafrasando “una premessa che è quasi una giustificazione” di Harrison (1979, p. 5) e l'”introduzione: quasi una precisazione” di Pitto (1988, p. 9). 2 Harrison, 1979. 3 Il riferimento è alla posizione che il ricercatore deve assumere nel realizzare il suo metodo di indagine: “Nella ricerca antropologica l'osservazione partecipante non è però l'unico strumento del quale il ricercatore si serve. Il metodo dell'involved observer, per esempio, è simile all'osservazione partecipante, la differenza risiede nel fatto che il ricercatore participant studia un gruppo estraneo e gode della protezione concessa allo straniero, al quale il gruppo deve mostrare un certo grado di rispetto e di ospitalità. Quando il ricercatore è involved, invece, la realizzazione del metodo diventa ancor più laboriosa perché quando si partecipa alla vita della comunità presa in esame e si tenta di applicare il metodo con chiarezza ed obiettività scientifica, ci si trova ad affrontare l'ulteriore ostacolo di avere un «passato in comune», che lega il ricercatore agli individui che cerca di studiare” (Farina, 2008, p .44). Per la distinzione tra le due modalità di osservazione sul campo cfr. i testi di Pitto, 2009, p. 2 e segg. e Clark, 1969, p. 10 e segg. 3

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