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L’odio ai tempi della Rete. Il caso Kyenge tra hate speech e razzismo diretto

Informazioni tesi

  Autore: Elisa Pordon
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2013-14
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Scienze della Comunicazione
  Corso: Scienze della Comunicazione
  Relatore: Vincenzo Romania
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 70

A chi quotidianamente frequenta i social network, per lavoro o per semplice svago, non può essere sfuggito un aspetto macroscopico e, a mio parere, inquietante legato al comunicare in rete: facebook, ma non solo, più che per mantenere i contatti con le persone della propria vita, è spesso usato per esprimere insofferenza, quando non vero e proprio odio, verso determinate realtà/visioni del mondo verso e coloro che le rappresentano. Sotto i colpi di questa penna virtuale cadono o, perlomeno, barcollano, a turno le figure più diverse: i vegani, le donne,i gay, gli immigrati, il personaggio o il ministro di turno. Se poi il ministro di turno è donna, immigrata e pure nera ( e, diciamolo, messa lì proprio allo scopo di infiammare gli animi) la bomba è innescata. L'esercizio dell'odio in rete è facile, gratuito, e raramente soggetto a sanzioni: "odiatori" di tutto il mondo unitevi e lanciate i vostri anatemi virali.

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3 Introduzione L’idea di sviluppare una tesi sui discorsi d’odio diffusi in rete mi è venuta frequentando quotidianamente il maggiore sito di social network del momento, Facebook, e osservando come spesso, più che per mantenere i contatti con le persone della propria vita, sia usato come vetrina per esprimere sentimenti di vario tipo, ma soprattutto di insofferenza verso determinate realtà, intese come idee/visioni del mondo e persone che le rappresentano (più o meno consapevolmente). Mi sono stupita e irritata, inizialmente, per le innumerevoli vignette offensive nei confronti delle donne, abbondantemente condivise e apprezzate - perfino dai soggetti femminili - e quindi spesso in primo piano nella home del sito, per poi osservare come l’invettiva colpisse i soggetti più svariati, dagli immigrati ai vegani. A turbarmi sono state la violenza degli attacchi, l’assoluta scorrettezza, la quantità di consensi e, soprattutto, la distanza siderale da una polemica civile. Difficilmente si può immaginare qualcosa del genere non solo nella comunicazione faccia a faccia, ma anche in quella mediata: questo tipo di aggressione sembra peculiare del web 2.0, come spiega l’antropologo Marino Niola nella sua rubrica Miti d’oggi sul Venerdì di Repubblica, facendo riferimento all’etologia. Poiché il web predetermina le forme e i toni del dialogo (“il medium è il messaggio” 1 !), la comunicazione 2.0 favorirebbe oggettivamente l’aumento dell’aggressività trasformando di fatto il dialogo in un monologo. Mancano, qui, quelli che gli etologi chiamano “inibitori di specie”, ovvero quei segnali di resa e pacificazione contenuti nel volto e nel corpo dell’interlocutore, che abbassano la carica aggressiva. In pratica l’altro è ridotto a icona (dialogo in differita), bersaglio, più simile al personaggio di un videogioco che a una persona reale. È proprio questa smaterializzazione che deresponsabilizza la violenza, rendendola facile e gratuita. Il monitor si trasforma così in un pulpito da cui lanciare anatemi apparentemente senza conseguenze, con la stessa facilità con cui si clicca “sì” per sostenere una qualsiasi causa online. Chiunque, dal personaggio pubblico al malcapitato protagonista di un singolo fatto di cronaca, può rischiare il pestaggio mediatico, in qualsiasi momento: l’esigenza di introdurre delle regole si scontra costantemente con la concezione di internet come zona franca in cui 1 Affermazione attribuita a Marshall McLuhan, sociologo canadese (1911-1980), considerato uno dei pionieri degli studi sugli effetti dei mass media. Ne parlerò più avanti.

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Parole chiave

immigrazione
razzismo
web 2.0
facebook
tautologia della paura
nativi digitali
hate speech
kyenge
italiano vero
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