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Costruire l'Europa. Il progetto Erasmus nella formazione di un sentimento di appartenenza sovranazionale e di una nuova cittadinanza europea.

Informazioni tesi

  Autore: Marco Carlini
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi dell'Insubria
  Facoltà: Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Gianmarco Gaspari
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 73

«Ho sempre visto la Comunità Europea come qualcosa di distante da me, un rumore lontano che proveniva dai titoli dei telegiornali, una figura politica che prendeva sì delle decisioni politiche, ma che non avrebbero poi modificato effettivamente la mia vita, Unione Europea per me era una bandiera che avevano aggiunto a quella italiana fuori dalla scuola elementare e di cui non avevo mai compreso appieno il significato. Questo ciò che dissi davanti ai miei coetanei portoghesi. Scelsi di rendere un po' teatrale il mio discorso e tirai fuori dalla tasca una moneta da 1€ e la mostrai a tutti. Questa monetina era tutto ciò che per me significava “Europa” prima che partissi per l’erasmus, poi cominciai a raccontare come vivevamo io e miei coinquilini, come era diventata la nostra vita da cinque mesi a questa parte, come condividevamo il cibo, le usanze e i nostri pareri sotto lo stesso tetto. Avevo cominciato a sentirmi cittadino anche dei loro paesi d’origine, ero un po’ portoghese, un po’ spagnolo, avevo preso qualcosina dall’est Europa. Mi piaceva immaginarmi anglosassone o francese, anche un pochino scandinavo. Ero sì fiero di essere italiano ma, mi sembrava quasi riduttivo esserlo, tutto ciò che stavo vivendo in Erasmus mi faceva sentire parte di un progetto un po’ più ampio. Questo è ciò che tentai di spiegare agli studenti portoghesi quel giorno. Credo che compresero cosa volevo dire perché nei giorni successivi, molti dei volti che vidi al meeting li rincontrai nell’ufficio relazione estere per iscriversi al bando di concorso.»

Nella mia tesi tratto di questo “progetto un po’ più ampio” di cui ho appena parlato: andrò ad analizzare condizioni, dati e numeri che appoggino questa mia convinzione sull’esistenza di un senso di appartenenza europeo negli studenti che vivono l’esperienza Erasmus.
Non entrerò in ambiti politici o economici, che sono sì di grande attualità, ma porterebbero il fulcro del discorso in altri campi, molto distanti dal tema che realmente voglio trattare, in cui molti lettori potrebbero trovarsi in disaccordo. La parte storica di cui parlerò verrà esposta in maniera oggettiva, senza commenti o pareri personali alle decisioni prese in passato dall’Unione Europea o dalle istituzioni che l’hanno creata. Analizzerò la figura dello studente erasmus nel suo contesto antropologico e sociologico: parlerò dei rapporti tra queste persone e mostrerò come le situazioni, che la vita Erasmus implica, spingano gli studenti a sentirsi dei cittadini europei. La mia tesi si svilupperà nell’ambito sociale anche riguardo ai dati del sondaggio, creato per ricavare un riscontro numerico della mia tesi: dati e numeri che la appoggino e la sostengano. Le domande da me poste ai 370 studenti rispondenti sono per lo più di carattere etico e culturale.
Lo scopo del mio lavoro è dimostrare l’esistenza di un “sentimento” europeo, parlando di sensazioni e attimi di vita condivisa tra studenti erasmus, ambiente in cui ci si accorge che i confini politici che ci dividono, sono in realtà molto molto sottili.

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Tesi di Marco Carlini 4 INTRODUZIONE «A metà febbraio 2011, dopo cinque mesi dal mio arrivo in Portogallo, i coordinatori dell’ufficio relazioni estere, mi chiesero di parlare della mia esperienza alla presentazione del progetto erasmus per i loro studenti, poco prima dell’apertura del bando di concorso per l’anno accademico successivo (2011/2012). Credevo si sarebbe trattato di un incontro informale, in qualche aula libera da lezioni, con i pochi studenti che volevano qualche spiegazione in più sul progetto. Qualche giorno prima della data in questione mi accorsi dei cartelloni, posti nelle bacheche in giro per le facoltà, che pubblicizzavano l’incontro e che si sarebbe svolto nel grande auditorium dell’università. Per mia sfortuna, o forse fortuna, nei giorni a seguire non preparai nessun discorso o concetto da esporre. Mi presentai all’orario prestabilito, c’erano molti studenti, circa 200: mi fecero accomodare sul palco assieme ad un altro studente, che al contrario mio, dal Portogallo era andato a studiare all’estero. Eravamo seduti dietro ad un enorme tavolo da conferenza, in cui ognuno aveva il proprio microfono personale; sul palco con noi erano presenti il tutor degli studenti erasmus, che gestiva l’incontro, il rettore e il direttore delle relazioni internazionali. Questi ultimi due iniziarono a parlare del progetto in termini burocratici e istituzionali, mostrarono i dati positivi degli ultimi anni, in cui gli studenti in uscita erano in costante aumento e lasciarono la parola allo studente che era stato in Polonia: raccontò brevemente della sua esperienza, rispose ad alcune domande che provenivano dalla platea e passarono la parola a me. Il tutor mi disse semplicemente: “Parla di ciò che hai vissuto, cos’è l’Erasmus per te?”. Senza nessun discorso preparato, mezz’ora prima dell’incontro mi misi a sedere su una panchina nel parco della facoltà: cercai di pensare a delle buone parole da dire, qualcosa di particolare e per nulla banale. Pensai a ciò che avevo vissuto nei cinque mesi precedenti, ma più del

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