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SCREENING FASHION - Il potere della moda sul grande schermo

Informazioni tesi

  Autore: Virginia Spadaccini
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2013-14
  Università: Istituto Europeo di Design Roma
  Facoltà: Design e Arti
  Corso: Design della Moda
  Relatore: Paola Pattacini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 105

"Screening Fashion" – letteralmente il "monitoraggio", la "proiezione sullo schermo" della moda - è un progetto editoriale che analizza uno dei sistemi comunicativi ai quali la moda attinge, il cinema, e viceversa.
Se osserviamo la storia di questi due universi, notiamo che nel corso degli anni hanno avuto un'influenza reciproca. Ma non ho intenzione di rievocare esempi a tutti noi noti come il languido tubino nero targato Givenchy indossato da Audrey Hepburn in "Colazione da Tiffany" o gli scintillanti e firmatissimi abiti delle protagoniste di "Sex and the City", no: il focus della mia tesi è l'altra faccia della Luna, quella Hollywood che ripudia l'evasione sogno e rinasce dall'incubo, l'Hollywood sanguinosa e violenta rappresentata dal genio visionario fautore dell'Estetica Pulp, Quentin Tarantino.
Lo smalto Chanel Rouge Noir avrebbe incrementato le vendite del 300% anche se Uma Thurman non l'avesse mostrato in "Pulp Fiction"? E che dire delle Onistuka Tiger indossate dalla sposa vendicatrice in "Kill Bill Vol.1"?
A queste e altre domande risponde il testo, che decostruisce e ricompone l'universo Postmoderno rappresentato dal regista, attraverso la metodologia del design: dall'ispirazione alla messa in scena, passando per le varie fasi del metodo.
E così il primo capitolo ci porta a esplorare l'ispirazione di Tarantino, a riconoscere i segni e i codici, il groviglio semiotico di cui si appropria per portare sullo schermo le sue anime nere. Una giungla Pop in cui ogni genere si mescola in maniera armonica: citazioni Pulp e spaghetti western, blaxploitation e manga, le subculture e la street culture, i brand come Ray-Ban, Kangol, Lacoste che, tramite la proiezione, vengono elevati a status symbol…
Il secondo capitolo ci porta a tu per tu con Betsy Heimann, la costumista de "Le Iene" e "Pulp Fiction", che racconta in un'intervista in che modo ha inventato i personaggi e li ha resi iconici attraverso l'outfit.
Più avanti, nel terzo, si nota come tutto si fa portatore di significato, nello specifico il colore - la triade nero, rosso, bianco, dalle sfumature del sangue al bianco ottico del bipolare trench Moschino indossato da Daryl Hannah in "Kill Bill Vol.1".
E in chiusura, come al termine di un'inchiesta, i tasselli tornano al loro posto, gli "indizi", i temi trattati vengono riassemblati: quel camperos tipico dell'abbigliarsi del cowboy indossato da una dolce sposa, o quella insignificante macchia rossa su una camicia bianca incontaminata, quella camicia hawaiana simbolo dello stay easy e indossata da un killer acquistano ora un nuovo significato.
E allora viene da chiedersi: che l'abito faccia veramente il monaco?

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3 Introduzione Mi ricordo di quando avevo cinque o sei anni e al cinema era appena uscito il film “Titanic” 1 di James Cameron, con (l’amato) Leonardo di Caprio e Kate Winslet. Mi ricordo in particolare una scena che forse in molti avranno ignorato: la scena in cui una bambina (che forse aveva la mia stessa età) impa- rava con la mamma le buone maniere a tavola. Alla bambina, bella come una bambola di porcellana, veniva insegnato a piegare con grazia un tovagliolo. Ricordo che mandavo in continuazione indietro il film, per imparare anch’io quella gestualità. V olevo a tutti i costi vestirmi come quella ragazzina, e ricordo che mia madre andò a comprarmi un cappello in stile vittoriano. Certo, allora ero soltanto una bambina, ma già ero caduta nelle reti del sistema moda, ero già una piccola fashion victim. Qualche anno più tardi, dopo aver scoperto “Top Gun” 2 , volevo assolutamente un paio di Ray–Ban come quelli indossati da Tom Cruise e andai immediatamente ad acquistarli; per i miei diciotto anni mi feci confezionare un abito bianco con la gonna a ruota come quello di Marylin Monroe … Infine comprai un paio di Onitsuka Tiger come quelle di Uma Thurman in “Kill Bill V ol.1” 3 . La mia ricerca comincia proprio da qui, da delle semplici osservazioni compiute in primo luogo su me stessa. Qualcun altro prima di me aveva constatato che: “A volte i film ispirano la moda anche laddove nessuno l’avrebbe mai immaginato” 4 , “(...)dunque non c’è da stupirsi se la moda, per diffondersi, necessita del supporto di sistemi comunicativi” 5 . D’altra parte, sul fatto che il cinema abbia influenzato la moda e che la moda abbia influenzato il cinema non c’erano dubbi e che, entrambe le industrie, negli anni, abbiano sfruttato a loro vantaggio questo potente connubio, non è difficile da credere. Così, spinta da una forte curiosità e da una passione che mi lega da tempo ai due settori cinema e moda, ho intrapreso una ricerca che mi portasse a esplorare quei territori sui quali la moda, in silenzio, 1 Titanic, regista James Cameron, USA, 1997. 2 Top Gun, regista Tony Scott, USA, 1986. 3 Kill Bill Vol.1, regista Quentin Tarantino, USA, 2003. 4 Cit. originale: “Sometimes films inspire fashion even where no one would have expected them to catch on”, Munich, A., Fashion in films, Indiana University Press, Bloomington 2011, p.2). 5 Messina, M., Cecchini, C., Cinema.Moda. Il cinema e la moda tra filmico e sociale, Arduino Sacco Editore, Potenza 2011, p.13.

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moda
cinema
quentin tarantino
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