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La S.C.I.A.: ultimo baluardo del controllo pubblico prima della liberalizzazione

Informazioni tesi

  Autore: Paolo Paris
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2014-15
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Luciano Vandelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 132

Il lavoro affronta il tema della segnalazione certificata di inizio attività, approfondendone le questioni più problematiche, presentando altresì le ultime prospettive di riforma.

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4 Introduzione Le problematiche legate ai regimi abilitativi presenti nel nostro ordinamento, ed in particolare quelle relative all’istituto di cui all’articolo 19 della legge n. 241 del 1990, hanno segnato numerosi dei dibattiti dottrinali e giurisprudenziali degli ultimi venticinque anni, relativi principalmente alla semplificazione nel settore delle attività produttive (ma non solo). All’origine di tali dibattiti vi era il fenomeno della c.d. “iperregolazione”, manifestatosi nel secolo scorso in quasi tutti i paesi industriali per venire incontro ad interessi collettivi socialmente rilevanti, quali la tutela dell’ambiente e della salute, la tutela del lavoratore, la tutela del consumatore, e molti altri. L’altra faccia della medaglia era, però, rappresentata da un vero e proprio “incatenamento” delle attività economiche, entro i confini molto stretti di una regolazione che ne frenava lo sviluppo. E non solo: in un periodo storico in cui l’autorizzazione preventiva da parte dell’amministrazione rappresentava l’unica modalità per l’avvio di una data attività, anche qualora il privato avesse soddisfatto tutti i requisiti ed i presupposti previsti dalla legge, avrebbe dovuto in ogni caso rivolgere un’istanza all’amministrazione competente affinché questa rilasciasse il titolo abilitativo idoneo allo scopo. Il che – in un sistema (quello precedente all’emanazione della l. 241/1990) in cui si riteneva che l’amministrazione avesse un obbligo di procedere, ma non sempre un obbligo di provvedere – rappresentava un serio problema. E anche quando essa fosse stata tenuta a concludere il procedimento con un provvedimento espresso, non aveva l’obbligo di farlo entro un termine prestabilito. Se fosse rimasta inerte, l’interessato poteva soltanto diffidarla a provvedere, reagendo, se del caso, avverso il c.d. silenzio-inadempimento. Appare evidente in quali condizioni versasse un privato intenzionato ad avviare una qualsiasi attività. E lo è ancor di più se si pensa a quelle economiche.

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