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La formazione dell'orecchio musicale nella fase iniziale della pratica pianistica

Informazioni tesi

  Autore: Gaia Federica Caporiccio
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2014-15
  Università: Conservatorio Statale di Musica "Puccini", La Spezia
  Facoltà: Conservatorio Statale di Musica "Puccini", La Spezia
  Corso: Biennio di secondo livello per la formazione dei docenti nella classe di concorso di strumento musicale (A77)
  Relatore: Fabio Lombardo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 57

Nella musica l’orecchio musicale ha un ruolo fondamentale. Nel momento in cui si va ad applicarla alla pratica pianistica però questa consapevolezza, così chiara e lampante a livello teorico, sembra sfuggire. L’orecchio musicale viene infatti considerato un dono che “si ha o non si ha” e in mancanza del quale non ci si dovrebbe dedicare alla musica. A causa di questa erronea e purtroppo diffusa convinzione, molte persone che vorrebbero avvicinarsi alla musica e viverla in prima persona vi rinunciano convinte di “non avere orecchio” perché magari ai primi tentativi di approccio durante l’infanzia sono state demotivati o non incoraggiate. Quel che è peggio, questa rinuncia non si limita alla pratica della musica, ma anche al suo ascolto. Questa è forse anche una delle cause dello scarso interesse generale verso la musica cosiddetta “colta” perché “chi non ha orecchio non ne capisce”, per cui i teatri fanno fatica a riempirsi.
L’educazione dell’orecchio musicale è possibile e doverosa per tutti i musicisti, senza discriminazione di strumento, e deve avvenire il prima possibile, anche prima dell’inizio degli studi musicali. Essa può essere affrontata come argomento a sé stante, quindi con un corso apposito da abbinare al normale corso strumentale, oppure contestualmente alla lezione di strumento. In questa tesi mi occuperò di questa seconda alternativa, che presenta spunti didattici interessanti. Offre infatti il vantaggio che lo sviluppo dell’orecchio musicale viene immediatamente percepito come un tutt’uno con la pratica strumentale, in una sorta di fusione fra i due aspetti che non può che risultare positiva, senza rischiare che diventi una pratica a sé. Ritengo importante premettere che ogni allievo è diverso, che ognuno ha la sua storia e il suo percorso e che è impossibile stabilire un metodo che sia infallibile e adatto a tutti. Nella mia esperienza personale, e soprattutto durante gli studi di questo Biennio di secondo livello per la formazione dei docenti, ho maturato la consapevolezza che l’insegnante deve essere elastico e pronto a cambiare strada o strategia in ogni momento. Gli esercizi che proporrò quindi non vanno intesi come rigidi schemi da eseguire in un ordine prestabilito, ma anzi come strumenti, piccole unità che possono essere prese e utilizzate in ogni momento in cui l’insegnante lo ritenga opportuno. L’insegnante deve servirsene seguendo la rapidità di apprendimento dell’allievo e il tempo delle sue risposte agli stimoli, rimanendo disponibile a cambiare l’ordine di queste unità, persino a mescolarle qualora se ne presenti la necessità. Per sviluppare l’orecchio musicale la pratica vocale si rivela utilissima e in molte occasioni suggerisco di integrarla con la pratica strumentale. Queste proposte di attività non vanno necessariamente svolte tutte insieme in un’unica lezione. A seconda dei casi si può passare qualche minuto su una di esse (quella che l’insegnante ritiene più opportuna) e poi magari dedicarsi solo alla pratica strumentale, oppure passare tutta la lezione integrando canto e pratica strumentale: dipenderà dall’interesse dimostrato dall’allievo e dalle difficoltà che egli incontrerà o non incontrerà.
Sono tantissime le competenze musicali e pianistiche che per essere acquisite necessitano di un buon orecchio musicale e lasciare questo aspetto della formazione al caso è dal punto di vista didattico una follia. Occorre quindi che l’insegnante sia consapevole in prima persona dell’importanza di questo percorso.
In questa tesi parlerò di queste competenze citate, ciascuna delle quali sarà affrontata in un paragrafo, e per ognuna di esse farò delle proposte didattiche. Avendo trovato pochi spunti nel panorama dei metodi per pianoforte normalmente in uso, a cui farò accenno in seguito, quanto propongo è frutto di ipotesi personali (avallate dall’esperienza del M° Fabio Lombardo) e della forte convinzione che se fino ad ora le cose sono andate in un certo modo, questo non costituisce un buon motivo per non cercare di migliorare. È un argomento che mi sta particolarmente a cuore perché io stessa, fortuitamente dotata di orecchio assoluto, ho cominciato ad educarlo relativamente tardi e solo per iniziativa personale, e insegnando mi sono più volte scontrata con l’assoluto disinteresse generale e con la mancanza di linee guida. Eppure, nel momento in cui si decide di dedicarvisi, gli allievi ne sono felici e grati! È uno degli aspetti della formazione musicale più affascinanti e gratificanti e presto entra a far parte del mondo interiore dell’allievo, arricchendolo di nuove potenzialità. Il mio ambizioso intento è quindi tirare il famoso “sassolino nello stagno”, un piccolo segnale che, se portato avanti nel tempo, magari contribuirà a far sì che questa lacuna sia riconosciuta dal sistema didattico e di conseguenza colmata.

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“La formazione dell’orecchio è la cosa più importante. Esercitati sin dall’inizio a riconoscere note e tonalità. La campana, i vetri delle finestre, il cuculo: tenta di cogliere quali suoni producono.” Robert Schumann, da Regole di vita per i giovani musicisti Introduzione Questa tesi ha come obiettivo la rivalutazione dell’educazione dell’orecchio musicale nella pratica pianistica, a partire dalla sua fase iniziale. Nel nostro Paese è infatti un argomento generalmente negletto, dato per scontato o sottovalutato, e questo porta delle conseguenze dannose che si potrebbero facilmente evitare. Sono tantissime le competenze musicali e pianistiche che per essere acquisite necessitano di un buon orecchio musicale e lasciare questo aspetto della formazione al caso è dal punto di vista didattico una follia. Occorre quindi che l’insegnante sia consapevole in prima persona dell’importanza di questo percorso. In questa tesi parlerò di queste competenze citate, ciascuna delle quali sarà affrontata in un paragrafo, e per ognuna di esse farò delle proposte didattiche. Avendo trovato pochi spunti nel panorama dei metodi per pianoforte normalmente in uso, a cui farò accenno in seguito, quanto propongo è frutto di ipotesi personali e della forte convinzione che se fino ad ora le cose sono 1 andate in un certo modo, questo non costituisce un buon motivo per non cercare di migliorare. È un argomento che mi sta particolarmente a cuore perché io stessa, fortuitamente dotata di orecchio assoluto, ho cominciato ad educarlo relativamente tardi e solo per iniziativa personale, e insegnando mi sono più volte scontrata con l’assoluto disinteresse generale e con la  Avallate  dall’esperienza  del  M°  Fabio  Lombardo 1   2

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Parole chiave

formazione
pianoforte
orecchio
orecchio musicale
pratica pianistica

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