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La figura dell'assistente sociale tra vecchi stereotipi e nuove sfide: un percorso d'analisi

Informazioni tesi

  Autore: Maria Elisa Pancaldo
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi di Pisa
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Sociologia e Politiche Sociali
  Relatore: Andrea Borghini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 95

La tesi La figura dell’assistente sociale tra vecchi stereotipi e nuove sfide: un percorso d’analisi analizza le molteplici rappresentazioni della figura dell’assistente sociale, con l’obiettivo di cogliere le sfide che ieri come oggi scuotono, alimentano e strutturano il sapere di questa professione. Questo elaborato nasce dalla volontà di comprendere il motivo per il quale la professione dell’assistente sociale risulta essere, ancora oggi, poco riconosciuta dal punto di vista non soltanto professionale, ma soprattutto sociale.
Il primo capitolo esamina l’evoluzione della professione dell’assistente sociale, cercando di rintracciare le tappe essenziali del passaggio dal concetto di assistenza come elemento della più alta idea di carità alla concezione di assistenza come vera e propria professione. L’assistente sociale affonda le radici all’interno di quella logica cristiana che vede l’Altro come l’oggetto di cure amorevoli e gratuite. È proprio in questo contesto che si può rintracciare la matrice di uno dei tanti stereotipi ricorrenti nell’attribuzione di significati a questa professione.
Il secondo capitolo affronta il tema delle rappresentazioni sociali costruite ad opera della collettività per meglio riconoscere tale professione. L’assistente sociale è ricoperto ed appesantito da numerosi cliché e tipizzazioni ed il suo profilo risulta storpiato a tal punto da perdere ogni riferimento reale e positivo. Queste rappresentazioni così antitetiche tra loro risultano accomunate dal venir meno di quella professionalità, di quel rigore metodologico di cui, invece, è dotato chi opera all’interno del mondo della cura. La seconda parte di questo capitolo indaga, invece, sulla costruzione dell’identità della figura dell’assistente sociale e ricerca le possibilità di una nuova definizione per questa professione. Tra le conseguenze del mancato riconoscimento vi è, oltre al perdurare di tali stereotipi, la possibilità del venir meno della certezza del Sé dello stesso assistente sociale. Questi, così esposto, infatti, può rischiare più facilmente di perdere il riferimento alla propria identità, di perdere se stesso. E tra gli esiti più noti di tale smarrimento si inserisce il fenomeno del burn-out.
Il terzo capitolo della tesi analizza, pertanto, la sindrome sopracitata, le cui peculiarità, difficili da comprendere in prima istanza, comportano il venir meno di quelle capacità che permettono a chi opera all’interno dell’ambito della cura di essere d’aiuto per l’Altro, di sostenerlo e di promuoverne il cambiamento.

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1. Analisi storica del servizio sociale 1.1 Il servizio sociale in Italia 1.1.1 Dalle origini alla nascita del servizio sociale moderno In principio, la relazione d’aiuto può senz’altro essere fatta risalire all’avvento della religione cristiana, così pervasa dall’idea di bontà e fratellanza nei confronti del povero o del malato. Questa prima forma di sostentamento si evolse con la fondazione e la costruzione di ospedali religiosi. Nel 1861, anno dell’unità d’Italia, anche per via della noncuranza da parte dello stato, è ancora essenzialmente la sfera cattolica a disciplinare il bisogno psico-fisico della persona per mezzo di asili, case di cura o luoghi d’internamento per portatori di malattie psichiche, tramite le opere pie 7 . Il binomio assistenza-carità ha senz’altro contribuito ad alimentare e cristallizzare la relazione tra indigenza e delinquenza. L’onere dell’assistenza ricadrà su comuni e sulla Chiesa fino alla fine del diciannovesimo secolo. Gli ultimi anni dell’Ottocento, infatti, sono gli anni delle grandi indagini volte a denunciare gli illeciti commessi dalle strutture di beneficenza e da parte delle opere pie. Tutto ciò condurrà alla promulgazione della prima legge sul servizio sociale, ossia la legge 17 luglio 1890, n. 6972, meglio conosciuta come legge Crispi 8 . A pochi anni dall’Unità d’Italia si palesano sempre più le inefficienze, le anomalie e gli eccessi smodati all’interno del governo degli istituti adibiti all’assistenza, tanto da necessitare di una rivisitazione della legge 735/1862, nota come legge Rattazzi. La legge 735 diede vita alla congregazione di carità, organi statali di matrice ottocentesca presenti in ogni comune volti al sostegno dei meno abbienti, allo scopo di svolgere un migliore esercizio nella gestione della politica economica che muove dietro il mondo dell’aiuto e della solidarietà; per il governo, quindi, dei luoghi adibiti alle elargizioni e delle strutture confiscate alla Chiesa e, ancora, per vegliare ed esercitare un controllo sulle opere pie. La 7 M. MORINO, G. BOBBIO, D. MORELLO DI GIOVANNI, Diritto dei servizi sociali, Carocci editore, Roma, 2006, pp. 18-19. 8 Ivi, pp. 19-21. 7

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