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Questione di genere: lavoro, maternità e politiche di conciliazione

Informazioni tesi

  Autore: Elisa Audino
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2013-14
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Comunicazione Interculturale
  Corso: Sociologia
  Relatore: Antonella Meo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 175

Scopo di questo lavoro è capire in che modo posizione lavorativa e maternità – intesa come possibilità – si influenzano a vicenda e in che modo sia cambiata negli anni la consapevolezza femminile delle questioni di genere. Dopo aver chiarito alcune definizioni di base, con rimandi ai testi di Chiara Saraceno, Elisabeth Badinter e Pierre Bourdieu, si ripercorrono le statistiche su situazione occupazionale, fecondità, tempi di cura e riepilogano le caratteristiche del welfare italiano. Vengono riportate le principali linee guida dell’Unione Europea e gli obiettivi del trattato di Lisbona, per poi tornare negli ambienti lavorativi in cui le donne si muovono quotidianamente e che hanno come primo punto di riferimento. L'autrice ricostruisce, cioè, il contesto in cui la donna cerca di muovere i passi nel quotidiano lavorativo e familiare: sistema azienda e sistema stato. E, terminata l’analisi quantitativa, torna alle questioni invisibili: cultura, consapevolezza e rassegnazione. Nel cercare di risalire alle origini del concetto di conciliazione, si imbatte nel femminismo, in quel movimento che per primo ha introdotto, con Laura Balbo, il termine “doppia presenza”, che ha sostenuto la genitorialità condivisa, ma di cui, a noi, alla sua generazione, sono arrivati i risultati, ma non probabilmente gli sforzi e il lavoro su di sé. Il femminismo e la femminista, oggi, sono percepite in maniera completamente diversa, e a tratti opposta, da come lo erano in passato. Ed evidentemente qualcosa nel frattempo deve essere accaduto. Occorre guardare alla propria condizione dall’esterno per riuscire a vedere quanto forti siano ancora le aspettative sociali e gli stereotipi che riguardano la suddivisione del lavoro di cura e del mondo produttivo e riproduttivo. La parte qualitativa della ricerca inizia e consiste fondamentalmente in un’intervista esplorativa a Carla Quaglino, che è servita ad allagare le direzioni iniziali e a chiarire i concetti di conciliazione e di lavoro di cura, e, a seguire, a Elisabetta Mesturino, segretario generale Filcams Torino. Con loro e grazie a loro, viene organizzato un focus group con alcune lavoratrici madri e lo si riesce a connotare nei termini con cui è stata condotta l'analisi. Le intervistate sono riuscite non solo a interrogarsi sulle realtà aziendali e le difficoltà di conciliazione con i tempi di vita, ma anche a guardarsi, a mettere a confronto le proprie consapevolezze e, in sostanza, a ripartire da sé. Le madri, inoltre, avrebbero dovuto essere in qualche modo rappresentative di una realtà ritenuta accettabile. All'autrice ha interessato capire qual è la normalità, quel livello oltre il quale mano a mano che ci si sposta peggiorano, sì, le condizioni e le conseguenze, ma che si pone in qualche modo come modello e che, pertanto, come tale deve essere il primo ad essere corretto. Oltre ai contatti torinesi e soprattutto lungo la fase esplorativa, sono presenti anche interviste alla consigliera di parità della provincia di Cuneo e ad altri genitori. Il focus group è posizionato alla fine del percorso, sia in senso cronologico sia in senso logico, di struttura argomentativa, perché necessitava, per essere condotto, di avere ben chiare tutte le questioni di cui quella di genere è insieme risultato e punto di partenza.

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9 1. INTRODUZIONE Questo lavoro ha un vizio d’origine: mi riguarda, come donna, lavoratrice e madre. Tre termini di cui ho voluto indagare la reciproca dipendenza a partire dalla mia esperienza e da quella della generazione a cui appartengo, ma che mi hanno costretto, lungo il percorso, a guardare indietro, alla ricerca di una consapevolezza smarrita o mai completamente acquisita. L’intento è quello di ristabilire un ordine, di capire quanto e perché la possibilità di essere madre condizioni quella lavorativa e, insieme, quanto la posizione lavorativa influenzi la fecondità: il gap occupazionale italiano tra uomini e donne e il bassissimo tasso di fecondità sono indubbiamente, come vedremo, due facce della stessa medaglia. Dettaglio non secondario, l’uso del termine possibilità è voluto, nella misura in cui la maternità riguarda anche chi sceglie di non essere madre: agli occhi di un datore di lavoro, l’opzione rimane aperta per lungo tempo e, insieme, la più bassa remunerazione e la segregazione occupazionale femminile riguarda tutte, nella misura in cui le diverse aspettative finiscono con l’investire la donna. È, a conti fatti, una questione di genere e, come tale, dovrebbe essere affrontata. Inizialmente, avevo pensato di restringere lo sguardo all’ambiente aziendale, alla ricerca dei meccanismi organizzativi che considerano o rendono difficoltosa la conciliazione dei tempi di lavoro con quelli familiari. Differenze retributive, soffitto di cristallo, segregazione orizzontale e verticale mi sono sembrati il naturale prosieguo di un ambiente stantìo, poco aperto alle innovazioni e in generale più interessato a premiare la presenza rispetto alla qualità. Tanto è vero che, come avrò modo di indicare più avanti, la qualità della formazione non ha un valore molto alto: il voto finale può incidere positivamente sulle possibilità di continuare un percorso coerente con i propri studi, ma non su quelle occupazionali. Non mi pare, questo, un dettaglio di poca importanza, soprattutto se si considera che le donne sono ormai mediamente più istruite degli uomini, si laureano di più e con voti migliori. Se riduciamo la questione ai suoi termini essenziali, è un po’ come dire a una giovane studentessa che il suo impegno e la sua preparazione contano relativamente: le modalità con cui ha ottenuto il diploma o la laurea non sono una discriminante. Scarsa attenzione alla formazione e scarsa cultura nella gestione delle risorse umane, unite alle caratteristiche del tessuto imprenditoriale italiano (le aziende sono per lo più micro o piccole imprese) mi erano, appunto, sembrati i punti più interessanti da indagare per risalire alle

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