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Sistemi deficienti? Interazione tra utente, ambiente e tecnologie ipermediali.

Non ci avrei giurato, all’inizio, che ne sarebbe uscito un mestiere - d’altronde, è un genere di scommesse, questo, che un laureando non può permettersi. Ma il tema mi interessava. Volevo pesare la sostanza nei discorsi sull’interattività consentita dai new media. L’utente sceglie, decide, costruisce. Bene. Ma cosa? Come? E, soprattutto, in che modo tutto ciò interseca le relazioni sociali e umane in cui lo stesso utente si muove?
Un’analisi delle reali pratiche di fruizione dei new media avrebbe riportato sulla Terra la questione e sarebbe stata utile per individuare le modalità d’impiego più opportune delle nuove tecnologie. Inoltre - cosa di non certo secondaria importanza - consentiva a me di occuparmi di un settore in cui c’è ancora molto da dire e da fare, da un punto di vista psicologico, quello che sentivo più congeniale.
Per venirne a capo occorreva inventarsi qualcosa di nuovo e di valido: troppo recente il tema per potersi appoggiare ad una bibliografia organica e rodata in materia. Benchè non avessi la minima idea di come procedere in concreto, sapevo che, con psicologia e new media, avrei combinato qualcosa di buono; sarei riuscito a soddisfare la Commissione e mi sarebbe rimasto un bel po' di conoscenze, di riflessioni e di contatti con cui avrei potuto sostenermi, una volta fuori dall’Università.
«Nuove tecnologie? - fece il relatore, senza troppo entusiasmo - Si può fare, ma l’ha presa un po' alla larga. Deve restringere il campo e stare attento a restare nell’ambito della psicologia». Il più era fatto. Mi restava solo da:
- individuare un oggetto specifico di studio;
- approntare un metodo, efficace sul piano operativo ed epistemologicamente legittimo;
- preparare, realizzare e analizzare una o più ricerche empiriche.
Ce l’ho fatta a mettere insieme tutto ciò nei due anni che avevo preventivato, calcolati per chiudere alla prima sessione utile l’esperienza (straordinaria) da studente. Era il momento di passare di grado.

L’OGGETTO DI STUDIO: L’IPERTESTO
Per studiare come si articola, in concreto, la comunicazione interattiva, dovevo focalizzare l’attenzione su qualcosa che ad un tempo era:
- definito al punto da poterci basare delle osservazioni e non solo ipotesi generali;
- in qualche modo rappresentativo delle pratiche comunicative dei new media.
Ipertesto. Finalmente. Ci arrivai dopo due mesi di chiacchierate con l’assistente al quale avevo mostrato ormai troppe ipotesi, come un venditore inesperto che a furia di spiattellare la sua merce rischia di perdere ogni credibilità.
Mi documentai un po' di più sull’argomento ricavandone molte cose interessanti, tra cui ben si mimetizzava qualche esagerazione. La “rivoluzione ipertestuale”, ad esempio, che avrebbe stravolto gerarchie e confini del testo e riconfigurato le fisionomie di autore e lettore, a ben guardare, non è così imminente nè così radicale. Per entrare in argomento infondo basta ricordare che con
Ipertesto
si indica un testo non lineare; un insieme di brani detti nodi, connessi tra loro grazie a dei link, che scorrono alla lettura secondo un ordine deciso dal fruitore e non dall’autore. Quando i nodi si compongono anche di immagini, filmati, suoni, allora si parla di ipermedia.
Sebbene l’ipertestualità si avvicini ad alcune concezioni della critica poststrutturalista francese e a certe “sperimentazioni” narrative di autori come Italo Calvino, essa si realizza solo grazie al supporto informatico. Infatti si presenta e funziona più o meno così: sullo schermo del computer appare un primo blocco di testo; esso presenta, tra l’altro, delle icone o delle parole calde - parole colorate diversamente dalle altre, sottolineate o altrimenti identificabili - tali che, quando le si raggiunge con il puntatore e si preme il tasto del mouse, esse attivano un particolare legame previsto dall’ipertesto in quel punto, il quale porta sul v?

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3 Una questione generazionale Avevo considerato il corso dedicato ai nuovi media come una specie di male necessario, un ultimo scotto pagato alla mancanza di coraggio che mi aveva impedito di scegliere Filosofia. Il titolo di dottore in Comunicazione - pensavo con speranza, ma anche con un minimo di sincera preoccupazione - doveva almeno servirmi ad avere una certa organica infarinatura intorno a cose come Internet, satelliti, TV via cavo, fibre ottiche e così via. Può capitare a tutti, di questi tempi, di ritrovarsi in un simposio che verta su temi del genere e, in una tale situazione, sarebbe stato senz’altro imbarazzante per me - dopo anni di studio, file, tasse e contributi - essere costretto a zittire cercando di sgattaiolare verso argomenti sui quali avrei potuto essere un pò più loquace di una mummia. Sicché eccomi lì a lezione, preparato a incamerare un certo numero di nozioni sull’elettronica applicata alle nostre vite future. Una pausa che mi avrebbe allontanato per qualche mese dal coltivare i miei interessi pendenti decisamente dal lato della scienza politica e dell’antropologia. Era nell’ambito di queste discipline infatti che inquadravo il tema che volevo approfondire. Cercavo allora, insieme ad un gruppo di altri studenti, di ricavare dallo studio delle forme della partecipazione e della comunicazione politica, qualcosa che mi chiarisse le idee su quello che significa vivere in un momento storico in cui sono caduti steccati politici ed ideologici, ma in cui è anche difficile identificarsi e partecipare, nel senso di essere-parte-di. Tematiche di questo genere vanno a definire, tra le altre cose, una questione generazionale che in questi termini non appare quasi mai nei dibattiti che insistono sulla condizione giovanile. Ma questa è già un’altra storia. Quello che conta è che non immaginavo, allora, che i nuovi media potessero in qualche modo entrare in questi discorsi. Ero convinto infatti che le nuove tecnologie della comunicazione riguardassero essenzialmente gli sviluppi dell’informatica. Il che non mi dispiaceva più di tanto, in verità. Benchè non fosse immediato per me ragionare in termini di algoritmi, l’idea di informatica che avevo in mente era legata soprattutto ad un aspetto ludico della prima adolescenza: i videogiochi, i quadri da superare... Il computer è fondamentalmente un giocattolo per quelli che hanno più o meno la mia età, ed io non faccio certo eccezione. Ben presto però mi sono dovuto ricredere. La struttura della comunicazione proposta dai nuovi media e la difficoltà di ritagliarsi un’identità senza poterla mutuare da schemi preesistenti, sembrano due aspetti dello stesso fenomeno. Proverò a mettere in luce questo parallelismo nel corso del capitolo fino ad approdare ad una sorta di doppia valenza dell’ipertesto, visto come metafora e come tecnologia. Innanzi tutto va sottolineato che la partita che si gioca intorno ai nuovi media non interessa principalmente la tecnologia. Gli ingegneri hanno prodotto molto di più di quello che la

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Ivan Esposito Contatta »

Composta da 113 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.