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Ecomafia e giornalismo d'inchiesta ambientale: il caso dell'Emilia-Romagna

Informazioni tesi

  Autore: Valentina Sciarrabba
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2014-15
  Università: Università degli Studi di Parma
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Giornalismo e cultura editoriale
  Relatore: Marco Deriu
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 141

L’ecomafia è il termine coniato da Legambiente più di vent’anni fa per designare i reati contro l’ambiente e la salute delle persone, nello specifico lo smaltimento illegale di rifiuti, la cementificazione abusiva, il business illegale in campo agroalimentare, il racket degli animali e il furto e la vendita illecita delle opere d’arte, che solo nel 2013 hanno fatto guadagnare alle organizzazioni criminali italiane circa 15 miliardi di euro. Un fenomeno nato intorno agli anni ‘60 del secolo scorso nelle regioni a tradizionale presenza mafiosa, si è poi diffuso sul resto d’Italia coinvolgendo non solo i clan della camorra, della mafia, della ‘ndrangheta e della sacra corona unita ma anche professionisti, tecnici, ingegneri, architetti ed enti pubblici, questi ultimi rappresentano i cosiddetti ‘colletti bianchi’. Dato l’enorme giro d’affari connesso ai reati ambientali, la mente dell’ecomafia non riposa mai ed è sempre pronta ad adattarsi alla situazione economica, politica, ambientale e sociale del paese e se necessario a reinventarsi pur di generare utili.

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5 Introduzione L’ecomafia è il termine coniato da Legambiente più di vent’anni fa per designare i reati contro l’ambiente e la salute delle persone, nello specifico lo smaltimento illegale di rifiuti, la cementificazione abusiva, il business illegale in campo agroalimentare, il racket degli animali e il furto e la vendita illecita delle opere d’arte, che solo nel 2013 hanno fatto guadagnare alle organizzazioni criminali italiane circa 15 miliardi di euro. Un fenomeno nato intorno agli anni ‘60 del secolo scorso nelle regioni a tradizionale presenza mafiosa, si è poi diffuso sul resto d’Italia coinvolgendo non solo i clan della camorra, della mafia, della ‘ndrangheta e della sacra corona unita ma anche professionisti, tecnici, ingegneri, architetti ed enti pubblici, questi ultimi rappresentano i cosiddetti ‘colletti bianchi’. Dato l’enorme giro d’affari connesso ai reati ambientali, la mente dell’ecomafia non riposa mai ed è sempre pronta ad adattarsi alla situazione economica, politica, ambientale e sociale del paese e se necessario a reinventarsi pur di generare utili. Nel primo capitolo viene delineata la situazione attuale in Italia relativa ai reati contro l’ambiente. Dai dati emersi dall’Osservatorio ambiente e legalità, il 25% degli illeciti viene commesso nel settore alimentare. Percentuale che nel 2014 ha subito un incremento dell’840%, con un giro d’affari di 4,3 miliardi di euro. Le agromafie vanno a intaccare tutte le fasi che riguardano la produzione, la lavorazione, la distribuzione e la vendita del prodotto. Inoltre, le famiglie mafiose più potenti possiedono catene di bar, ristoranti, strutture alberghiere, imprese agricole e perfino i terreni agricoli per un totale di 5.000 locali di ristorazione in mano alla criminalità organizzata, che nella maggior parte dei casi sono stati intestati a dei prestanome. Secondo l’Osservatorio Flai Cigl su 1.558 aziende confiscate alle mafie più di novanta sono attive in ambito agricolo e, dei 10.563 beni confiscati 2.500 sono terreni destinati all’agricoltura. Più che ai terreni, i clan mafiosi mirano ai mercati agricoli di tutta Italia, sono loro che purtroppo decidono i prodotti e i loro relativi prezzi destinati a finire sulle tavole degli italiani. In questo modo, l’agromafia va anche a intaccare l’eccellente qualità dei prodotti alimentari italiani dichiarati Dop e Igp.

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Parole chiave

ambiente
rifiuti
giornalismo
amianto
mafia
inchiesta
abusivismo
ecomafia
giornalismo d'inchiesta ambientale
caso emilia-romagna

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