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''Lascia ch'io pianga mia cruda sorte''. Storie personali di castrati illustri e recupero del patrimonio perduto della loro voce

Informazioni tesi

  Autore: Giulia Zennaro
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi Ca' Foscari di Venezia
  Facoltà: Tecniche Artistiche dello Spettacolo
  Corso: Dams - Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo
  Relatore: Francesco Cesari
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 83

Tra il XVII e il XVIII secolo si stima siano stati sottoposti all’evirazione, nella sola città di Napoli, a quel tempo fiorente culla del barocco, almeno 3000 bambini l’anno. Di questi, solo pochissimi divennero cantanti e quasi nessuno ebbe fortuna.
Questo fenomeno, barbaro e sublime insieme, ha diverse spiegazioni. Un decreto di papa Sisto V aveva interdetto alle donne di cantare durante le funzioni religiose, e né la voce dei falsettisti, troppo sgraziata e goffa, né quella troppo tenue delle piccole voci bianche, poteva essere all’altezza del compito. Si doveva cercare dunque un modo per unire i due tipi vocali, forgiando artificialmente una voce che fosse naturalmente comprensiva delle caratteristiche femminili e maschili e che in futuro si rivelerà adatta a cantare ogni genere di musica, da quella sacra a quella teatrale. La seconda spiegazione è proprio la nascita, in quegli anni, dello stile del «recitar cantando» che poi diventerà lo stile caratteristico del melodramma italiano. I soggetti prediletti di quegli anni sono le storie di eroi, di dei e di miti, e la voce fuori dal comune di queste creature ben si adattava all’aspettativa del pubblico, che viveva un’esperienza fuori dal reale e vedeva incarnarsi sul palcoscenico le antiche figure divine ed eroiche.

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2 CONSIDERAZIONI GENERALI SUL FENOMENO DEGLI EVIRATI CANTORI Tra il XVII e il XVIII secolo si stima siano stati sottoposti all’evirazione, nella sola città di Napoli, a quel tempo fiorente culla del barocco, almeno 3000 bambini l’anno. Di questi, solo pochissimi divennero cantanti e quasi nessuno ebbe fortuna. Questo fenomeno, barbaro e sublime insieme, ha diverse spiegazioni. Un decreto di papa Sisto V aveva interdetto alle donne di cantare durante le funzioni religiose, e nØ la voce dei falsettisti, troppo sgraziata e goffa, nØ quella troppo tenue delle piccole voci bianche, poteva essere all’altezza del compito. Si doveva cercare dunque un modo per unire i due tipi vocali, forgiando artificialmente una voce che fosse naturalmente comprensiva delle caratteristiche femminili e maschili e che in futuro si rivelerà adatta a cantare ogni genere di musica, da quella sacra a quella teatrale. La seconda spiegazione è proprio la nascita, in quegli anni, dello stile del «recitar cantando» che poi diventerà lo stile caratteristico del melodramma italiano. I soggetti prediletti di quegli anni sono le storie di eroi, di dei e di miti, e la voce fuori dal comune di queste creature ben si adattava all’aspettativa del pubblico, che viveva un’esperienza fuori dal reale e vedeva incarnarsi sul palcoscenico le antiche figure divine ed eroiche. Queste spiegazioni sono interessanti e poetiche forse, ma presentano una soluzione troppo facile del problema. In realtà, la fama dei castrati era dovuta principalmente alla loro eccezionalità, e questa era una caratteristica che avevano pochissimi; il resto dei cantanti evirati erano spesso derisi e contestati, non certo considerati creature eteree e divine (soprattutto per la poca credibilità che suscitava la loro voce soave accostata ai personaggi virili che spesso interpretavano). La castrazione era nella maggior parte dei casi la soluzione estrema a cui le famiglie sottoponevano i loro figli sperando in un successo che difficilmente sarebbe arrivato; ci sono giunte testimonianze di bambini che, sotto pressione della famiglia, chiedevano espressamente di essere castrati (sicuramente ignari di ciò che comportasse un’operazione simile e della sua irreversibilità), o che erano convinti che la castrazione in tenera età fosse avvenuta per cause mediche. Naturalmente un’operazione del genere, quando non portava alla morte, veniva vissuta come un dramma per tutta la vita: l’impossibilità di crearsi una famiglia, l’emarginazione per la mutilazione subita e l’amarezza per la mancanza di talento o per il rapido declino segnavano irreparabilmente la psiche di questi ragazzi. A questo proposito suonano come un triste monito le parole del saggista Giambattista Mancini, evirato anch’egli, che scrive nel suo saggio sul canto:

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Parole chiave

musica
barocco
opera
identità sessuale
androginia
farinelli
evirati cantori
castrati

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