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Presenze e immagini dell'Islam nella Commedia di Dante

Informazioni tesi

  Autore: Emanuele Totaro
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere
  Corso: Lettere
  Relatore: Giuseppe Ledda
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 81

La tesi esplora, illustra ed a volte confuta i contatti tra l'opera dantesca e la cultura islamica. Si esamineranno poi le figure musulmane, su tutti Maometto, presenti nella Commedia.

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INTRODUZIONE Chiunque teorizzi, come l'Asìn Palacios, il presunto filo-islamismo di Dante deve necessariamente ammettere che questi dovette possedere una padronanza assoluta dell'arabo. Per leggere opere che non furono mai tradotte o divulgate nel Medievo cristiano, opere come la Epistola del perdono di Abū l-' Alā' al Ma'arri e la mistica di Ibn 'Arabī, una lieve conoscenza della lingua non sarebbe stata sufficiente, e d'altronde questa rimane difficilmente attribuibile ad un fiorentino del Trecento. Eppure il Lemay 1 , accodandosi a Gabriele d'Aleppo, allo Scialhub e al Barbera, si dice fortemente convinto del suddetto dominio linguistico, il quale parrebbe evidente nei noti versi di Pluto e Nembrotte che molto hanno fatto discutere i moderni. «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!» (Inf. VII, 1) «Raphèl maì amècche zabì almi» (Inf. XXXI, 67) È però opinione comune che Dante nei due lamenti infernali mirasse semmai a rendere l'idea di un accumulo babelico di termini semitici, più che specificatamente arabi. 2 La presenza di questi due versi non può quindi far concludere che Dante intese la letteratura araba alta senza mediazioni (identico sarà il discorso per prodotti popolari come il Libro della Scala e l'opera scientifico-filosofica islamica). È indiscutibile che la sua cultura umanistica rimarrà entro i confini del campo biblico, classico e romanzo, senza mai debordare dall'osservanza cristiana. Dante non studiò l'arabo, non visitò mai territori islamizzati e non dimostrò una conoscenza della questione più approfondita rispetto alla media dell'intellighenzia cristiana a lui coeva. Ogni suo riferimento alla cultura araba può in larga parte considerarsi desunto da autori e da leggende circolanti in Occidente, e non il frutto di una ricerca diretta, di un desiderio personale. 1 R. Lemay, Le Nemrod de l'Enfer de D. et le «Liber Nemrod» in «Studi d.» XL du C.U.M. pp. 57-128 2 “Aleppe” starebbe quindi per “Aleph”, prima lettera dell'alfabeto ebraico, e per i più (Ottimo, Anonimo, Boccaccio, Buti, Benvenuto) varrebbe come interiectio dolentis; per altri, tra cui Pietro di Dante, avrebbe il significato di principio, principe, appellativo di “Satàn”, altra voce ebraica. “Pape” sarebbe invece un grecismo, “Papai”, un grido di meraviglia. La lingua di Nembrot non è riconducibile a nessun idioma provato, per il Guerri quei termini sarebbero perciò alterazioni dell'ebraico deducibile dalla Vulgata di Girolamo o Papia. “Raphaim” (gigantes) “Man” (quid est hoc?) “Amalech” (popolus lambens) “Zabulon” (habitaculum) “Alma” (sancta, secreta). Potrebbe tradursi con: «Giganti! Che è questo? Gente lambisce, tocca, la dimora santa». Si veda il commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi in “Inferno” p. 135 e p. 548, Bologna, Zanichelli, 1999. 4

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