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La progettazione di piste da sci e impianti di risalita nella regione Veneto

Informazioni tesi

  Autore: Alessandro De Zanche
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2000-01
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Ingegneria
  Corso: Ingegneria per l'Ambiente e il Territorio
  Relatore: Marco Favaretti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 137

Ormai da qualche decennio nel Veneto, come in gran parte del resto dell’Italia, la montagna sta subendo un forte cambiamento della quantità e della distribuzione sul territorio dei suoi abitanti. Normalmente chi da questi luoghi non ha deciso di trasferirsi in zone di pianura o di emigrare in altri paesi, come la Svizzera o la Germania, ha comunque abbandonato gli insediamenti in quota per trasferirsi nei fondovalle, che offrono certamente una vita più comoda e più aderente alla “normalità”. I paesini a mezza costa delle valli dolomitiche, che una volta, a differenza dei fondovalle, offrivano protezione dalle alluvioni, vicinanza ai pascoli per il bestiame, luce in gran parte dell’anno e prossimità al bosco dove trovare la legna necessaria per scaldarsi, appaiono così quasi spopolati e gli unici abitanti oramai rimasti sono persone anziane o turisti occasionali. Dilungarsi sulle cause e sulle conseguenze sociali di tale fenomeno non è certamente semplice ed è comunque soggetto a varie interpretazioni già studiate e denunciate da sociologi ed economisti. Riguardo, invece, alle conseguenze sull’ambiente di una tale trasformazione è possibile individuare diversi effetti negativi. Nel momento in cui gli ex montanari abbandonano gli insediamenti ad alta quota, abbandonano anche l’abitudine e la necessità di coltivare e esercitare la manutenzione di ambienti che in questo periodo, a torto, va di moda considerare “naturali” e non bisognosi di interventi umani. La verità è che la mano dell’uomo è presente in modo massiccio in tutto il territorio del Veneto e in particolare in montagna. Esistono esempi lampanti che testimoniano la cura e la fatica che i contadini, i pastori o i boscaioli hanno messo nella manutenzione della loro casa e fonte di reddito primaria. I chilometri di muretti a secco di sostegno che corrono lungo i sentieri ora turistici, ma un tempo vitali vie di comunicazione tra una vallata e l’altra, le opere di drenaggio, che servivano per rendere più stabili i pendii ai piedi dei quali sorgevano paesi, o la sistemazione del bosco che doveva dare legna da ardere o materiale da costruzione, ora, a torto, non sono più considerati investimenti di tempo o denaro sufficientemente redditizi. Chiaramente, a breve termine, esistono delle spese più urgenti per la comunità, ma a lungo termine l’incuria degli amministratori si farà sentire anche nei territori di pianura legati alla montagna in un modo sempre più evidente. Il territorio montano nel Veneto deve quindi essere curato e tutelato in modo intelligente; senza quindi auspicare il ritorno di una naturalità che è stata persa nella notte dei tempi con l’arrivo dei primi pastori su queste montagne. La situazione, infatti, può essere letta come “opposta” a quella osservabile nei grandi parchi americani dove l’uomo è ancora un’ospite e dove la civiltà sembra troppo distante per poter essere minacciata. In tali aree è, infatti, auspicabile “un abbandono” da parte dell’uomo, che non può fare altro che distruggere ecosistemi già stabili.

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2 1.1 Introduzione Omai da qualche decennio nel Veneto, come in gran parte del resto dell’Italia, la montagna sta subendo un forte cambiamento della quantità e della distribuzione sul territorio dei suoi abitanti. Normalmente chi da questi luoghi non ha deciso di trasferirsi in zone di pianura o di emigrare in altri paesi, come la Svizzera o la Germania, ha comunque abbandonato gli insediamenti in quota per trasferirsi nei fondovalle, che offrono certamente una vita più comoda e più aderente alla “normalità”. I paesini a mezza costa delle valli dolomitiche, che una volta, a differenza dei fondovalle, offrivano protezione dalle alluvioni, vicinanza ai pascoli per il bestiame, luce in gran parte dell’anno e prossimità al bosco dove trovare la legna necessaria per scaldarsi, appaiono così quasi spopolati e gli unici abitanti oramai rimasti sono persone anziane o turisti occasionali. Dilungarsi sulle cause e sulle conseguenze sociali di tale fenomeno non è certamente semplice ed è comunque soggetto a varie interpretazioni già studiate e denunciate da sociologi ed economisti. Riguardo, invece, alle conseguenze sull’ambiente di una tale trasformazione è possibile individuare diversi effetti negativi. Nel momento in cui gli ex montanari abbandonano gli insediamenti ad alta quota, abbandonano anche l’abitudine e la necessità di coltivare e esercitare la manutenzione di ambienti che in questo periodo, a torto, va di moda considerare “naturali” e non bisognosi di interventi umani. La verità è che la mano dell’uomo è presente in modo massiccio in tutto il territorio del Veneto e in particolare in montagna. Esistono esempi lampanti che testimoniano la cura e la fatica che i contadini, i pastori o i boscaioli hanno messo nella manutenzione della loro casa e fonte di reddito primaria. I kilometri di muretti a secco di sostegno che corrono lungo i sentieri ora turistici, ma un tempo vitali vie di comunicazione tra una vallata e l’altra, le opere di drenaggio, che servivano per rendere più stabili i pendii ai piedi dei quali sorgevano paesi, o la sistemazione del bosco che doveva dare legna da ardere o materiale da costruzione, ora, a torto, non sono più considerati investimenti di tempo o denaro sufficientemente redditizi. Chiaramente, a breve termine, esistono delle spese più urgenti per la comunità, ma a lungo termine l’incuria degli amministratori si farà sentire anche nei territori di pianura legati alla montagna in un modo sempre più evidente. Il territorio montano nel Veneto deve quindi essere curato e tutelato in modo intelligente; senza quindi auspicare il ritorno di una naturalità che è stata persa nella notte dei tempi con l’arrivo dei primi pastori su queste montagne. La situazione, infatti, può essere letta come “opposta” a quella osservabile nei grandi parchi americani dove l’uomo è ancora un’ospite e dove la civiltà sembra troppo distante per poter essere minacciata. In tali aree è, infatti, auspicabile “un abbandono” da parte dell’uomo, che non può fare altro che distruggere ecosistemi già stabili.

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Parole chiave

impianti di risalita
paravalanghe
piste da sci
rimboschimenti
pianificazione del territorio

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