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Sui ruoli di Antigone

Informazioni tesi

  Autore: Eleonora Santamaria
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli Studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara
  Facoltà: Filosofia e Scienze della Formazione
  Corso: Filosofia
  Relatore: Giulio Lucchetta
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 58

La tesi smembra in ogni suo aspetto il personaggio tragico sofocleo di Antigone, affrontato sotto ogni suo aspetto (politico, artistico, storico e sociale). La domanda che mi sono posta è la differenza di percezione di questa creazione tragica con il passare dei secoli.

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Introduzione "Non so quale significato possano avere gli studi classici per la nostra epoca, eccetto il fatto di essere "fuori stagione", cioe’ contrari al nostro tempo, eppure con un’influenza su di esso a beneficio, si deve sperare, di un tempo futuro". Nietzsche Non appena viene rievocata alla memoria l'immortale figura sofoclea di Antigone, il dolore, il suicidio, il genos violentato sono i concetti cardine della tragedia che ci balzano alla mente. La storia della figlia di Edipo che decise di disobbedire al nòmos che vigeva indisturbato a Tebe è stata raccontata da Sofocle più di duemila anni fa, eppure continua a fornire spunti di riflessione. Il dramma che si consuma nel corso della vicenda ha luogo in seguito alla dipartita di Eteocle e Polinice, entrambi generati, come Antigone ed Ismene, dall'incesto di Edipo con la propria madre Giocasta. Nella tragedia I sette contro Tebe, si narra, posteriormente alla scomparsa di Edipo, della diatriba tra i due fratelli riguardante la successione al trono di Tebe. La guerra che ne scaturisce provoca la morte di entrambi ed il parteggiare ad opera della città, guidata ed incarnata da Creonte, per Eteocle. Quest'ultimo riceve, dunque, ogni onore funerario, a differenza di Polinice, additato come traditore della patria e, quindi, condannato al massimo dell'onta: rimanere insepolto alla mercè degli animali. Raccapricciata dall'idea di abbandonare il corpo del sangue del proprio sangue in balia dello scherno e del tormento eterno dovuto all'insepoltura, Antigone decide di seppellirlo. Sorda alle suppliche della sorella Ismene di desistere dall'attuare il progetto tracotante,ricopre la salma di terra contravvenendo coscientemente al divieto dello zio e re Creonte. La ribelle viene scoperta dalle guardie e portata al cospetto di Creonte, col quale instaura ciò che inizialmente può definirsi uno scambio dialettico, ma che poi diviene una vera e propria sopraffazione ad opera del tiranno. A questo punto, nella tragedia come nella società ateniese, le parole conquistano una forza più dirompente di qualsiasi arma: quelle di Creonte costringono, possiedono una potenza tale da evocare l'insostenibilità della situazione vissuta dalla giovane Antigone. Ella, a tutti gli effetti e solo a causa del logos, è spinta ad uccidersi, "viene suicidata": la ragazza stessa afferma di non voler più aspettare la morte naturale dopo aver udito il discorso dello zio ("E cosa aspetti allora? Oh, Dio, non c'è niente che mi vada bene nelle tue parole, niente potrebbe mai andarmi bene, e così a te io" 1 ). Alle fine, il sovrano ordina che la propria nipote venga murata viva; non so se sia lecito pensare che sia stato "suo malgrado". Creonte, infatti, è rappresentato in 1 Sofocle, Antigone, vv. 499-502, Barbera Editore, Siena 2010 1

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