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Marine Strategy: Descrittore 10 - Rifiuti Marini. Quantificazione di microplastiche nella specie sentinella Mullus barbatus

Informazioni tesi

  Autore: Manuela Piccardo
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli Studi del Salento
  Facoltà: Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali
  Corso: Scienze Ambientali
  Relatore: Antonio Terlizzi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 62

La DIRETTIVA 2008/56/CE, meglio conosciuta con il nome di Marine Strategy, istituisce un quadro per l’azione comunitaria nel campo della politica per l’ambiente marino, ponendosi, come obiettivo, il raggiungimento del “buono stato ambientale” (GES) valutabile per mezzo di 11 descrittori qualitativi. Tra questi, il numero 10, relativamente ai rifiuti marini, stabilisce che: “Le proprietà e le quantità di rifiuti marini non provocano danni all’ambiente costiero e marino”

Per ciascun descrittore, la Commissione Europea ha fornito i criteri e gli standard metodologici per poter attribuire un valore quantitativo a questi ultimi, in modo da facilitare gli Stati membri nello sviluppo della strategia. A causa della scarsa conoscenza dei livelli attuali dei rifiuti in mare, delle loro proprietà chimico-fisiche e degli impatti sull’ecosistema, non è stato possibile stabilire dei TARGET e GES relativi al descrittore numero 10, ma solo formulare delle opzioni al riguardo, che risultano tutt’oggi di difficile applicazione.
L’8 e 9 ottobre del 2015 a Berlino si sono riuniti quattordici Ministri della Scienza per discutere e individuare le problematiche più scottanti per “il futuro degli Oceani e dei mari”. Le nazioni del G7- Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Gran Bretagna e USA- che insieme producono più dell’80% delle pubblicazioni scientifiche oceanografiche (Jappe, 2007), hanno individuato 7 punti cardini su cui focalizzare gli sforzi e le risorse: innalzamento del livello dei mari, acidificazione degli oceani, deossigenazione, riscaldamento degli oceani, perdita di biodiversità, degradazione dell’ecosistema marino e rifiuti marini di plastica. L’inquinamento da plastiche viene, dunque, ulteriormente riconosciuto a livello globale, il che porta ad una riflessione che miri alla comprensione del problema, nonché ad un cambiamento comportamentale nei confronti di un materiale tanto prezioso quanto deleterio, se mal gestito, per la salute dell’uomo e dell’ambiente e suggerisce alla comunità scientifica delle priorità nella ricerca rimarcando la scarsità di informazioni, dati e protocolli al riguardo. Le microplastiche in particolare, ossia frammenti di rifiuti plastici antropici delle dimensioni inferiori ai 5 mm, vengono considerate un pericolo ancor più imminente e degno di attenzione.
All’interno dunque di un contesto scientifico culturale ancora da chiarire e in fase embrionale nasce l’urgente necessità, alla base di questo studio, di condurre ricerche che aiutino la comprensione del problema delle microplastiche nei mari.
Questa tesi si pone come obiettivo l’isolamento e la caratterizzazione grafica delle microplastiche nella specie bentonica Mullus barbatus, seguendo il protocollo elaborato da Avio et al. (2015) che ha dimostrato un’efficacia del 95% ± 2 (media% ± SEM) verso i due polimeri più abbondanti quali il polietilene (PE) e il polistirene (PS). È stata scelta la triglia come organismo modello, sia per l’importanza economica che riveste nel settore ittico del Mediterraneo, che per le sue caratteristiche ecologiche, in quanto specie tipica degli ambienti bentonici.
Questo studio ha rilevato che il 92% degli individui analizzati hanno ingerito microplastiche.
I risultati di questo studio suggeriscono, inoltre, che le branchie rappresentano una efficiente via di ingresso delle MP nei sistemi biologici. Questo studio ha osservato, infatti, per la prima volta, la presenza di microplastiche all’interno delle branchie dei pesci, con una incidenza del 100% negli individui analizzati.
Questo risultato ha profonde implicazioni per quanto riguarda gli effetti negativi sulla salute degli organismi associati all’accumulo delle microplastiche.
E noto però che, la tossicità delle microplastiche viene incrementata dalle sostanze chimiche che vengono adsorbite sulla loro superficie, come gli ftalati, i PCB, i composti organo clorurati e i metalli pesanti (Ashton et al., 2010; Seltenrich, 2015; Gauquie et al. 2015; Teuten et al., 2007).
Le MP, per la loro elevata superficie specifica e affinità, presentano, infatti, contaminanti a concentrazioni di alcuni ordini di grandezza superiori a quelli rilevati nel mezzo acquatico (Ogata et al. 2009). È probabile che l’ingestione di plastiche porti, come conseguenza, il bioaccumulo di diverse sostanze tossiche, con effetti deleteri a lungo termine sullo stato di salute della specie esposta direttamente alle MP e con effetti a cascata lungo tutta la catena trofica.
In conclusione, questo studio, ha dimostrato per la prima volta, la presenza di microplastiche in una specie ittica di grande interesse commerciale pescata lungo le coste ioniche della penisola salentina, suggerendo il trasferimento di queste particelle dalla colonna d’acqua ai sedimenti e quindi alle specie bentoniche.

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5 1.Introduzione 1.1 Il mondo della plastica Il primo oggetto in plastica naque alla fine dell’ 800, in seguito ad una scommessa sulla possibilità di creare palle da biliardo, fino a quel momento realizzate con l’avorio, con altro materiale ad un prezzo più economico. Nel 1869 fu quindi il tipografo J.H.Hyat a sintetizzare la celluloide a partire da canfora, azoto e cellulosa. Nel 1889 la Kodak decise di impiegare questo particolare materiale per produrre pellicole fotografiche e cinematografiche; fu solo nel 1909 che si ottenne la prima plastica sintetica (senza l’uso di sostanze naturali), la bachelite, dal nome del chimico belga-statunitense Leo Baekeland. Negli anni venti dello scorso secolo cominciarono gli esperimenti per ottenere, a partire dal petrolio, diversi materiali plastici (i cosìdetti prodotti petrolchimici). Come riportato dallo scienziato-scrittore Charles Moore in Oceano di plastica, nel 1933 due chimici inglesi derivarono l’etilene dalle melasse per formare una bioplastica: il polietilene (PE), che,durante la seconda guerra mondiale, venne utilizzato per migliorare le prestazioni dei radar e per l’isolamento dei cavi. Di fatto la produzione della plastica, si sviluppò negli anni a cavallo delle due guerre mondiali in seguito alla necessità di voler scoprire nuovi materiali che sostituissero quelli naturali troppo costosi. Furono inventati il neoprene con cui oggi si realizzano, per esempio, le mute da sub, e il nylon, che rivoluzionò l’igiene dentale in quanto venne utilizzato per la produzione delle setole degli spazzolini precedentemente fatte con setole di cinghiale. La seconda plastica più abbondante è il polistirene (PS), oggi utilizzata per la costruzione di tantissimi oggetti di uso comune come,le penne BIC usa e getta, gli accendini, i rasoi,le custodie di CD e DVD. Nel 1930 il polistirene fu fuso con un gas per realizzare un nuovo materiale, lo styrofoam, oggi usato come isolante o nella produzione di galleggianti e nell’industria della pesca. Negli anni cinquanta fece capolino un altro prodotto plastico, il polistirolo espanso, il quale alleggerì i pic-nic

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quantificazione
microplastiche
marine strategy
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