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Le proprietà forestali collettive nella Regione Veneto: modelli di resilienza o ‘relitti del passato’?

Il problema della gestione delle risorse e del tipo di proprietà più idonea alla loro utilizzazione è da sempre stato al centro di molti studi e diversi dibattiti. Accanto alle soluzioni di statalizzazione e privatizzazione, esisteva, ed esiste, però, un altro tipo di proprietà: la proprietà collettiva, una forma di proprietà il cui centro nevralgico è il bene ed il godimento generato da essa, anziché l’individuo.
Nel XX secolo, venne invece a definirsi una posizione estremamente critica nei confronti della gestione di tipo collettivo; lo studioso Hardin (1968) coniò addirittura l’espressione ‘the tragedy of commons’. Posizioni antagoniste nei confronti di queste teoria vennero ad accentrarsi nella figura di Elinor Ostrom, concretizzatesi poi nell’attribuzione alla studiosa del Premio Nobel nel 2009 per l’economia. A Elinor Ostrom si deve una delle prime concettualizzazioni della teoria dei commons.
I sistemi di proprietà collettiva si sono sviluppati autonomamente in tutto il mondo in diverse epoche storiche; la tradizione delle proprietà comuni, specie di tipo forestale, è forte anche in tutta Italia.
Oggi, le aree montane in Italia stanno attraversando un momento di forti cambiamenti istituzionali, sociali, ed economici, con una sostanziale perdita di investimenti. In particolare, il settore forestale, da sempre centrale nel trainare l’economia montana, sta subendo una ristrutturazione interna e, oggi, viene spesso unificato a branche amministrative indirizzate alla tutela e alla conservazione ambientale, anziché allo sfruttamento produttivo, considerando anche che il mercato di legname è latente, mentre si è accresciuta la domanda di servizi ecosistemici, come ricreazione, paesaggio, biodiversità e mitigazione dei cambiamenti climatici. In questo contesto, il tema delle proprietà collettive è ritornato ad essere di forte attualità, soprattutto in relazione al processo di semplificazione della pubblica amministrazione che si sta attuando nelle aree montane.
Attualmente, la proprietà collettiva italiana conta circa tre milioni di ettari di terreno, il 10% dell’intero territorio italiano, che fa capo ad un’ampia gamma di tipologie di proprietà collettive. Di speciale interesse per questo studio risultano essere gli enti collettivi concentrati in area montana, in particolare, quelle comunità collettive tradizionali venete che hanno dato il via alla propria
ricostituzione ufficiale in seguito all’emanazione della L.R. 26/96 della Regione Veneto, che prendono il nome di Regole.
La forma di proprietà collettiva si è dimostrata vantaggiosa sotto diversi punti di vista, soprattutto quando è implementata a piccola scala. Essa permette di ottimizzarne la gestione, di condividere e diminuire i rischi e di internalizzare le esternalità negative.
Nonostante questi vantaggi e in relazione al fatto che molte proprietà collettive sono state istituite in epoche medioevali, alcuni considerano la proprietà collettiva un ‘relitto del passato’, incapace di affrontare le sfide poste dal cambiamento moderno, specie in ambito socio-economico. L’appellativo è stato utilizzato proprio per suscitare un dibattito attorno al ruolo odierno delle proprietà collettive. Effettivamente, le strutture di governance delle proprietà collettive, spesso messe a punto in epoche storiche e in contesti socio-economici diversi, si trovano oggi a dover affrontare diverse pressioni, come lo spopolamento dei territori montani, l’indebolimento o la perdita del legame che univa le comunità rurali alle loro risorse, la minore disponibilità a partecipare alle attività di manutenzione del territorio. Queste sfide al cambiamento possono risultare ostacoli insormontabili per alcune comunità, che, non riuscendo a far proprio il cambiamento, finiscono con l’estinguersi o col sopravvivere solo formalmente. Accanto agli esempi di fallimento, esistono tuttavia altri esempi di comunità che sono state capaci di evolversi ed adattarsi ai mutamenti sociali, facendo fronte al cambiamento e ripensandosi in termini nuovi e moderni. La caratteristica chiave di questi enti sembra proprio essere la loro resilienza, un concetto che in ambito sociale viene definito come la capacità di un sistema di assorbire i disturbi, di sopravvivere e di adattarsi alle nuove circostanze.
La presente ricerca si propone di analizzare l‘istituzione economica della proprietà collettiva, con particolare riferimento alle Regole, nell‘ottica di capire se la Regola sia un‘istituzione immobile, del passato e poco attuale, o se sia capace di adattarsi ai mutamenti sociali e che, possa, quindi, perpetuarsi nel tempo.
Lo studio si propone quindi di esaminare le modalità di adattamento delle Regole, la velocità con cui esso avviene e rispetto a quali aspetti strutturali e sociali dell‘istituzione. Infine, si è cercato di indagare come le risorse vengano utilizzate e gestite all‘interno della realtà regoliera, per capire l‘impatto che questa istituzione può avere sul territorio.

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1 1. INTRODUZIONE 1.1. Il problema affrontato Il problema della gestione delle risorse e del tipo di proprietà più idonea alla loro utilizzazione è da sempre stato al centro di molti studi e diversi dibattiti. Nel corso della storia, si sono susseguite differenti correnti di pensiero che attribuivano, ora ad un tipo di proprietà, ora all’altro, il primato gestionale sulle risorse. Si pensi alla dottrina illuminata settecentesca e, poi, all’ottimistica ideologia del 1800 che individuavano nella proprietà privata, eredità di epoca romana, la migliore forma possibile di proprietà di un bene, in quanto in grado di esaltare le capacità imprenditoriali degli individui. Altri regimi totalitari, ad esempio quelli di stampo comunista, misero invece in discussione la superiorità della proprietà privata a favore del concetto di una proprietà sotto il controllo dello Stato. Esisteva, ed esiste, però, un altro tipo di proprietà, che si distanzia sia dal concetto di proprietà privata sia da quello di proprietà pubblica: la proprietà collettiva, una forma di proprietà il cui centro nevralgico è il bene ed il godimento generato da essa. Nella proprietà collettiva il compito di gestire le risorse spetta ad una comunità locale, mentre il singolo individuo o lo Stato passano in secondo piano. Il fenomeno della proprietà collettiva è stato, per un periodo di tempo molto lungo, considerato come un retaggio del passato e, per questo motivo, subordinato alla supremazia della proprietà individuale (Ferrazza, 2009). La rivalutazione di questa forma di proprietà, come alternativa rispetto a quella individuale, avvenne dopo la metà del ventesimo secolo grazie alla rivisitazione critica della dottrina giuridica ottocentesca, che ha avuto il merito di aver messo in luce i valori alternativi delle proprietà collettive, quali: la prevalenza del gruppo rispetto ai singoli, il predominio dell'oggettivo sul soggettivo, quindi il ruolo fondamentale delle cose, della loro destinazione e della loro funzione (Grossi, 1978). Nel XX secolo, venne invece a definirsi una posizione estremamente critica nei confronti della gestione di tipo collettivo; lo studioso Hardin, coniò l’espressione ‘the tragedy of commons’ per meglio descrivere il proprio pensiero. Hardin (1968) sosteneva che gli individui, mossi dalla massimizzazione della propria utilità individuale anziché da un principio di natura collettiva, non fossero in grado di considerare l’impatto negativo a lungo termine che le proprie azioni possono avere sul benessere comune. Propose quindi una soluzione nella direzione del rafforzamento dell’intervento pubblico nella figura di governi

Tesi di Laurea Magistrale

Facoltà: Agraria

Autore: Giulia Sbrizza Contatta »

Composta da 123 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.