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Il “caos” libico: legittimità plurime nel post-rivoluzione

Informazioni tesi

  Autore: Chiara Bonsignore
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli Studi Roma Tre
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Cooperazione internazionale allo sviluppo
  Relatore: Valeria Rosato
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 135

Il presente lavoro nasce da un duplice interesse, quello per un paese, la Libia, che per la sua centralità nello scenario geopolitico odierno e per i suoi secolari rapporti con il nostro paese ha suscitato la mia curiosità; e quello per un insegnamento accademico, Teorie dei Conflitti e Processi di Pace. La ricerca intende ripercorrere le cause del conflitto, con un’analisi del periodo che dall'ascesa di Gheddafi segue le vicende, le interrelazioni con gli altri paesi e i cambiamenti in atto, con l’obiettivo di rilevare e comprendere i fattori che hanno contribuito alla polarizzazione del “caos” attuale, comportando la mancata affermazione dello Stato, l’instabilità cronica e la forte frammentazione identitaria che contribuisce alla creazione di legittimità plurime che impediscono una riuscita positiva del processo di transizione libico. In seguito ad uno studio storiografico degli eventi contemporanei della Libia si è inquadrato il conflitto che ha seguito la rivolta in Cirenaica del 17 febbraio 2011 all'interno del paradigma delle cosiddette “guerre post-moderne” elaborato da Mark Duffield. Successivamente, il lavoro si concentra sul concetto di identità nazionale che diventa cruciale per spiegare le forme di conflittualità contemporanee, tanto che la questione etnico-identitaria viene inserita da Mary Kaldor tra gli scopi delle cosiddette “nuove guerre”, che farebbero leva su una mobilitazione identitaria, cioè su rivendicazioni politiche che si basano su una particolare identità, religiosa, nazionale, in contrapposizione a quelle guerre, considerate tradizionali, che caratterizzavano il periodo bipolare e che avevano invece fini ideologici o geopolitici. L’analisi proposta inserisce inoltre le critiche mosse contro questo paradigma, soprattutto da Kalyvas, il quale ritiene che gli atti di violenza mescolano il pubblico e il privato, amalgamando dunque la questione dell’identità con le azioni politiche e private. In questo modo è possibile comprendere come, nel caso libico, tutte le forze in campo tendono a presentarsi come le uniche forze legittime del paese, auto-legittimandosi con motivazioni ed identità diverse. Identità e legittimità si legano e si mescolano in un processo di transizione che ancora non è concluso proprio a causa dell’ambiguità di questi due aspetti all’interno dello scenario libico. Dal 17 febbraio 2011 in Libia, lo Stato è scomparso per lasciare al suo posto istituzioni e governi che poco potevano contare sul consenso popolare, senza un apparato di sicurezza stabile e unito e dunque senza un effettivo controllo sul territorio. Dal CNT a Serraj, nessuno ha avuto la capacità di riunire la Libia. Ritroviamo, dunque, tutt’oggi una frammentazione istituzionale che si può ricondurre alle divisioni che in parte combaciano con quelle determinatesi tra il 2011 ed il 2014: il governo di “accordo nazionale” di Fayez Serraj, il governo rivale di Abdullah al Thinni a Beida, legato alla Camera dei Rappresentanti di Tobruk e infine ciò che rimane del Governo di salvezza nazionale a Tripoli, guidato da Khalifa al-Ghwell, che tenta di riprendere il potere sulla capitale. Questa frammentazione identitaria ed istituzionale è stata inoltre confermata dalle interviste effettuate con esponenti della comunità libica in Italia. È stato dunque possibile constatare come, sebbene in molti siano convinti che il governo di unità nazionale di Serraj sia un prodotto dell’Occidente e dunque senza un fondamento legittimo, non tutti siano d’accordo su chi dovrebbe governare il paese. Dal paragone tra gli intervistati è stato rilevato come coloro che provengono dall’est del paese, siano molto più coinvolti con i principi della rivoluzione del 2011. Credono che la forza di Haftar sia stata sottovalutata nel corso dei dibattiti e dei negoziati e che egli stesso dovrebbe essere tenuto conto nella formazione di un nuovo governo poiché sarebbe l’unico ad avere la capacità di controllare il paese con un esercito nazionale libico. Al contrario, coloro che provengono da Tripoli o i sostenitori di Gheddafi e del suo regime considerano la figura di Haftar molto più ambigua e controversa, ritenendo che egli abbia sì la capacità di guidare un esercito libico, ma che questo non lo autorizzi ad aver voce nella formazione di un nuovo governo, richiesto da molti tramite nuove elezioni. Il caos che regna oggi in Libia è stato dunque da molti descritto come una lotta tra islamisti e fazioni laiche, tra giovani “rivoluzionari” e anziani tecnocrati ex ufficiali di Gheddafi, ma in realtà la crisi in Libia è tutte queste cose, unite ad una profonda frammentazione identitaria che vede tuttora l’identità nazionale libica molto debole, poiché le identità clanico‐tribali e quelle regionali rappresentano ancora degli elementi di forte concorrenzialità con l’identità nazionale.

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4 Introduzione Afus deg ufus, taàkemt ad tifsus “Se tutti andremo mano nella mano il carico sarà meno pesante” (Antico proverbio degli Amazigh) Il presente lavoro nasce da un duplice interesse, quello per un paese, la Libia, che per la sua centralità nello scenario geopolitico odierno e per i suoi secolari rapporti con il nostro paese ha suscitato la mia curiosità; e quello per un insegnamento accademico, Teorie dei Conflitti e Processi di Pace, che con una chiave di lettura prettamente sociologica si inserisce nei cosiddetti “peace and conflict studies”, permettendo un‟analisi critica ed approfondita dei conflitti contemporanei e delle relative difficoltà e fallimenti che si sono registrati nel porre loro fine, e che diventano di centrale importanza nel complesso momento storico in cui ci troviamo al giorno d‟oggi. Il caos che ha investito la Libia dopo la caduta del regime del colonnello Mu'ammar Gheddafi nel 2011 ha significato per il paese l‟inizio di un‟instabilità cronica, a tratti riconducibile ad una vera e propria guerra civile, che ha reso la fase di transizione della Libia un processo lungo, complesso e dall‟esito tutt‟ora incerto. Il paese si trova ancora oggi, a cinque anni dalla morte di Gheddafi, in una difficile fase di state-building, ma anche di nation-building, in particolar modo a causa della mancata messa in sicurezza del paese, derivante dal forte potere delle numerose milizie armate presenti sul territorio e dall‟interrelazione dei tre livelli identitari presenti: l‟identità nazionale, quella regionale e infine quella clanico-tribale. Esse hanno influenzato e modellato le sorti del conflitto e contribuito alla mancata legittimazione dell‟attuale governo di unità nazionale. La mediazione delle Nazioni Unite del 2015 non ha infatti portato all‟esito sperato. La Libia è ancora un paese frammentato, anche a livello istituzionale, tanto che è possibile ritrovare, per così dire, due governi e mezzo: il governo di “accordo nazionale” (Government of National Accord, o GNA) di Fayez Serraj, risultato dell‟accordo di Skhirat, mediato dall‟ONU e basato a Tripoli; il governo rivale di Abdullah al Thinni a Beida, legato alla Camera dei Rappresentanti di Tobruk e sotto l‟influenza del generale

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