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Il Transfer Pricing e il caso Dolce e Gabbana

Informazioni tesi

  Autore: Federica Matera
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Scienze giuridiche
  Relatore: Luigi Foffani
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 51

La materia tributaria, inserita in un contesto di crisi fiscale, può esser considerata un nuovo avamposto del diritto penale dell’economia, divenendo fondamentale qualora si parli di debito sovrano. Siamo di fronte a trasformazioni dell’intervento penale, pertanto, lo stato italiano, abbandona l’obiettivo fiscale, abbracciando ideologie improntate verso comportamenti tendenzialmente più illusivi ed elusivi. I recenti interventi, riguardanti la lotta contro i reati fiscali, hanno avviato ad una procedura volta al miglioramento da parte dei sistemi nazionali, poggiando i propri fondamenti sulla trasparenza da parte dei contribuenti. Appare indispensabile, incentrare gli sforzi, nella promozione e nel miglioramento della cooperazione transfrontaliera, al fine di combattere le frodi finanziarie e fiscali. Nel tentativo di illustrare lo scenario giuridico italiano, introduco il caso di esterovestizione che ha investito la casa di alta moda milanese, Dolce & Gabbana.
L’azienda, debuttò nel 1985 ed in un primo momento, le vendite ottenute, risultarono non particolarmente soddisfacenti. Solamente con la quarta collezione, ebbero un impatto significato sul mercato italiano. Le cose sembrano decollare, aumentando il fatturato annuale, ma il 19 giugno del 2009, Domenico Dolce e Stefano Gabbana, vennero condannati dal giudice di prima istanza Antonella Brambilla, a un anno e otto mesi di reclusione, per reato di omessa dichiarazione dei redditi ai danni dello Stato, per un ammontare di circa 249 milioni di euro imponibili, deviati in Lussemburgo, nell'arco di tempo che va dal 2004 al 2006. L'accusa riguardava la società "Gado S.a.r.l" costituita da entrambi gli stilisti, che all'epoca dei fatti, aveva sede in Lussemburgo, in quanto alla stessa, secondo l'Agenzia delle Entrate, era stato ceduto un marchio ad un prezzo nettamente inferiore, generando royalties che in futuro avrebbero potuto evadere il fisco italiano. Secondo l'accusa della procura di Milano, la "Gado S.a.r.l." sarebbe stata un caso di esterovestizione con il solo fine di pagare meno tasse, perché di fatto, amministrata in Italia. Con il termine "esterovestizione" si intende la fittizia localizzazione della residenza fiscale di una persona fisica o di una società all'estero, in un Paese a fiscalità privilegiata, allo scopo di sottrarsi agli adempimenti previsti dall'ordinamento tributario del Paese di reale appartenenza. A partire dal 2004, venne attuata una radicale ristrutturazione aziendale: i due stilisti, costituirono la "Dolce&Gabbana Luxembourg S.a.r.l" di cui detenevano l’80% delle partecipazioni ed il restante 20% era in mano alla famiglia Dolce. Il quadro della situazione quindi, vedeva la “Dolce Gabbana Luxembourg S.a.r.l”. controllare interamente la “Dolce&Gabbana Srl” e gestire persino il controllo della società lussemburghese “Gado S.a.r.l.” alla quale venne ceduto il marchio dalle persone fisiche, Domenico Dolce e Stefano Gabbana. La crescita internazionale dell’azienda, operò alla luce del sole, e fu proprio questo elemento ad indurre il GUP a ritenere il tutto, penalmente irrilevante. Nonostante la dichiarazione del Giudice dell'Udienza preliminare, la Cassazione non sembrò risultare convinta ed annullò la sentenza rinviando gli atti per un'ulteriore decisione. La prima accusa (dichiarazione infedele dei redditi) conclusasi con l’assoluzione in sede penale ma non in sede tributaria, prevedeva la stima di 360 milioni dei marchi D&G risalente al 2003, e attualmente le rilevazioni dell’Agenzia delle Entrate sui fatturati sono sempre sorprendentemente superiori al dato reale, ammontando ad un valore maggiore del triplo rispetto a ciò che è scritto nel bilancio aziendale. Gli elementi che indussero il Fisco a ritenere esterovestita la società Gado S.a.r.l furono molteplici, tra i quali: la scelta di modificare l'assetto societario e che le direttive imprenditoriali continuassero ad esser impartite dalle ”italiane”.
I due imputati, decisero comunque di far valere le proprie ragioni ed il ricorso venne accolto in Cassazione sulla base di una valutazione. La Corte, ricostruendo l’iter logico-giuridico, individuò e chiarì l’errore di diritto cui i giudici erano precedentemente incorsi e con la sentenza n. 43809 depositata il 30/10/2015 la III sezione penale, assolse gli imputati perché «Il fatto, non sussiste.»
L’accaduto andrà a costituire un importante precedente che dovrà essere utilizzato da monito dalla Giustizia che affronterà casi analoghi inerenti a simili strutture societarie.

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3 Introduzione La materia tributaria inserita in un contesto di crisi fiscale, può esser considerata un nuovo avamposto del diritto penale dell’economia, divenendo fondamentale qualora si parli di debito sovrano. Siamo di fronte a rivolgimenti e trasformazioni profonde del senso e della portata dell’intervento penale nell’economia, come probabilmente mai era accaduto prima d’ora. Il discorso, peraltro, non riguarda solo il nostro paese e non riguarda solo e tanto la disciplina normativa, ma è in realtà molto più vasto: si tratta di un mutamento di peso e di ruolo della giurisprudenza nella materia penale economica. 1 Lo stato italiano decide di abbandonare l’obiettivo fiscale, abbracciando ideologie più improntate verso comportamenti illusivi ed elusivi, dove sostanzialmente, tutte le condotte che vengono incriminate previste dal D.lgs. 10 marzo 2000 n.74, vengono punite parallelamente in via tributaria, in quanto raramente incidono sulla libertà personale del soggetto. Bisogna specificare che per un determinato periodo di tempo, malgrado l’ordinamento italiano prevedesse i delitti in materia tributaria, la decisione ricadde sulla scelta di indirizzarsi su pene di carattere detentivo poiché scoraggiava gli evasori, e solo successivamente, con l’introduzione del Decreto Legislativo sopracitato, ci fu un’inversione radicale. La giurisprudenza assume un atteggiamento connotato da un mero buonismo nei confronti della fattispecie, anche laddove venga ritenuta punitiva. Questo approccio controverso del sistema italiano, pone in evidenza la problematica relativa al duplice binario sanzionatorio, previsto sia in ambito amministrativo che penale, laddove, da una parte, il fine ultimo che si è intenti a perseguire è quello di ottenere un risarcimento equo, mentre dall’altra, l’effettività della disciplina sanzionatoria. Il dispositivo dell’Art. 53 comma 1 Cost. 2 costituisce il fondamento del diritto                                                                                                                 1 Luigi Foffani, Una «nouvelle vague» del diritto penale dell’economia in Italia? – Casi di diritto penale dell’economia I. Impresa e Mercato (Cirio, Parmalat, Antonveneta, Bnl-Unipol) a cura di Luigi Foffani, Donato Castronuovo, Edizione Il Mulino, anno 2015, p. 12 2 “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.” Atteso l'incipit della norma, che si riferisce a "tutti", i principi della c.d. costituzione fiscale, da essa previsti, si applicano non solo ai cittadini ma a tutti coloro che si trovano sul territorio, anche se stranieri o privi della cittadinanza. Inoltre, è necessario guardare alla loro "capacità contributiva", cioè verificare se siano titolari di reddito perché solo in questo caso possono essere chiamati a concorrere alla spesa pubblica. Sulla base di questo parametro la stessa Corte Costituzionale è chiamata a

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Parole chiave

elusione fiscale
paradisi fiscali
transfer pricing
evasione fiscale
dichiarazione infedele
dolce&gabbana
esterovestizione
pacchetti ocse
fiscalità privilegiata
pacchetto anti-elusione

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