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Le immagini "agenti". Una riflessione critica sul ruolo dell’Agency nell’arte.

Informazioni tesi

  Autore: Sara Ponzi
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Storia dell'Arte
  Relatore: Cieri Via Cafagna
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 296

A diciotto anni dalla sua pubblicazione, il corposo volume dell’Art and agency. An Anthropological theory è considerato come un intervento originale per via della complessità che una tale teoria di applicazione universale comporta. La teoria dell’agency, pubblicata nel 1998, è stata l’ultima e tra le più importanti opere scritta da Alfred Antony Francis Gell, un antropologo sociale britannico, che ha lavorato sull'arte come fenomeno panumano. e condusse le sue ricerche sul campo in Melanesia e in India, scomparso nel Gennaio del 1997 a soli 51 anni di età. Dopo un’attenta lettura del volume “Art and agency” ho subito il fascino della scrittura e del pensiero di Gell, rigorosamente analitico, ma allo stesso tempo giocoso e provocatorio. Eppure,nonostante è stato scritto in modo lucido e diretto non è un libro facile da afferrare, scritto in sole tre settimane e terminato poco prima che l’antropologo fosse preso da un male incurabile. Dopo aver tradotto la teoria dalla lingua inglese (lavoro che prima d'ora non era stato ancora affrontato) e nel riassumere un testo così affascinante, complesso e con non poche difficoltà e contraddizioni, attraverso le mie capacità, il tentativo è stato quello di rendere giustizia alla teoria dell’agency, la quale fino a poco tempo fa sembra che non abbia portato ad un salto qualitativo negli studi sull’arte. In tanti pensano ancora oggi che l’arte, come massima espressione dell’estetica moderna, sia un campo a se stante con delle regole, di produzione e valutazione. Così come ricorda Gell, nella misura in cui gli spiriti moderni hanno una religione questa è la religione dell’arte, i cui santuari sono i teatri, le librerie e le gallerie d’arte, i cui preti e vescovi sono i pittori e i poeti, i cui teologi sono i critici e il cui dogma è quello del senso estetico universale. Pertanto bisognerebbe assumere un atteggiamento di “ateismo metodologico” che, per fini antropologici, Gell traduce in un atteggiamento di radicale “filisteismo metodologico” nei confronti di un sapere accademico come l’estetica. Su un versante materialista ma all’interno di un inquadramento cognitivista si colloca l’originale posizione di Alfred Gell. Alla base della sua riflessione vi è la proposta teorica incentrata su un modello analitico per applicarsi a tutti gli oggetti che, in epoche e luoghi differenti, sono stati qualificati come “artistici”. Superando la nozione di estetica come scienza del bello e/o teoria dell’arte, l’antropologo si prefigge di spiegare perché determinati oggetti “artistici” possono affascinare ed esercitare certi condizionamenti in chi ne fruisce. Gell parte dal presupposto che ciò che noi chiamiamo oggetto d’arte, a prescindere dall’utilizzo di questo stesso termine, possiede la forza e il potere di affascinarci perché lo consideriamo come un indicatore di ciò che è nella mente delle persone che lo hanno prodotto e/o utilizzato. Fino a poco tempo fa sono stati pochissimi gli studiosi che hanno cercato di considerare e rivalutare una così complessa teoria nel proprio ambito disciplinare. Risulta un approccio davvero innovativo considerare la vita dell’opera d’arte che è possibile solo nello scambio tra l’immagine e lo spettatore, in cui quest’ultimo costantemente trascende la materialità dell’opera e conferisce vita, coscienza e animazione alla rappresentazione artistica. Se si vuole che un tale tentativo abbia successo è necessario scavare nella struttura teorica del testo e soprattutto tener conto della storia che ha portato alla sua determinazione. Così ho tentato di trovare le ragioni e le funzionalità della teoria dell’Art and Agency da sottoporre ad un sereno esame critico e di valutazione comparativa con alcune delle più importanti teorie dell’arte, al fine di riconoscere la funzionalità dell’agency nel campo della storia dell’arte.

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1 INTRODUZIONE In un mondo che, mai come oggi, è sempre più dominato dalle immagini, le quali costituiscono il nostro ambiente culturale, si fa strada la necessità di riconoscere la loro autonomia vivente. Sin dalla antichità il poeta filosofo romano Lucrezio, nel De rerum natura, riconosceva quest’autonomia delle immagini che, nella sua teoria atomistica, sono viste come pellicine che si staccano dalle cose. Come il legno in fiamme fa salire una colonna di fumo o il vapore si sprigiona dall’acqua, come le cicale perdono in estate il loro costume, i vitelli appena nati uno strato di pelle e i serpenti si sbucciano contro le spine lasciando ondeggiare i rimasugli al vento, così “anche una tenue immagine deve essere emessa dalle cose” 1 . Lucrezio dà un nome all’energia fisica delle immagini una pressione interna che le fa “spellare” allo scopo di provocare reazioni, quella che Alfred Gell ha chiamato Agency. Poiché le immagini rappresentano strati di pelle incessantemente staccati dai corpi, esse creano un legame fisico tra oggetto e osservatore 2 . Questo legame genera una reazione aptica per cui, mediante le immagini, gli osservatori vengono incantati e imprigionati. La libertà nei confronti delle immagini «agenti» la si può conquistare solo riconoscendo loro lo statuto di soggetto. Considerare la soggettività delle immagini, come se fossero dotate di una vita e coscienza proprie, solleva una questione antropologica fondamentale con la quale Alfred Gell ha dovuto fare i conti. In un lavoro polemico contro gli approcci convenzionali della storia dell’arte e dell’antropologia strutturalista degli anni ’70, per considerare l’immagine come soggetto agente lo studioso è partito da una premessa fondamentale: Al posto della comunicazione simbolica io intendo porre la massima enfasi sull’agency, sull’intenzione, sulla causazione, sul risultato e sulla trasformazione. Concepisco l’arte come un sistema di azioni volto a cambiare il mondo piuttosto che a codificare proposizioni simboliche riguardo a esso. In sé e per sé l’approccio all’arte incentrato sull’«azione» è più antropologicamente orientato 1 LUCREZIO, De rerum natura, trad. R. RACCANELLI a cura di A. SCHIESARO e C. SANTINI, Enaudi Torino, 2003. 2 A. GELL ART AND AGENCY. An antrpological Theory, Oxfrod University Press, 1998 p. 6

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storia dell'arte
agency
alfred gell
antropologia dell'arte

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