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Crimini internazionali in Siria: responsabilità e opzioni di perseguibilità

Informazioni tesi

  Autore: Samantha Falciatori
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Lingue straniere per la comunicazione internazionale
  Corso: Lingue straniere per la comunicazione internazionale
  Relatore: Christian Ponti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 203

La tesi, vincitrice del Premio Barile-Verri 2017 della Croce Rossa Italiana, del Premio ACAT 2017 per tesi contro la tortura e la pena di morte e del Premio sui diritti umani 2017 della Fondazione Guido Piccini, affronta i crimini internazionali commessi in Siria e il problema della giustizia internazionale applicata al caso siriano.

Dopo anni di atrocità, solo perseguibilità dei crimini e giustizia potranno ricucire la società siriana, aprendo la strada alla riconciliazione e alla pace, ma come? Lo scopo di questa tesi è cercare di capire come ciò sarà possibile, avvalendosi degli strumenti del diritto internazionale umanitario da un lato e del diritto internazionale penale dall’altro. La tesi può infatti essere divisa in due parti: la prima analizza le principali fattispecie criminose dei crimini internazionali commessi in Siria da tutte le parti in conflitto; la seconda esplora criticamente quali sono i possibili meccanismi di repressione di tali crimini. La tesi si articola in sei capitoli: il primo offre una panoramica sulla situazione siriana prima del 2011, sulle radici della rivolta e sulle fasi e gli attori del conflitto; il secondo cerca di dare una classificazione giuridica al conflitto armato siriano per capire quali fonti del diritto si applicano; il terzo analizza i crimini di guerra, in particolare quelli contro gli individui, quelli con metodi illeciti e quelli con mezzi proibiti, concentrandosi sulle fattispecie principali; il quarto si concentra sui crimini contro l’umanità, tra cui lo sterminio messo in relazione con il genocidio, sul quale vengono avanzate delle ipotesi che ne mettono in luce problematiche e limiti; il quinto si occupa della tortura di Stato e del “caso Caesar”, le 45.000 foto di civili torturati a morte trafugate da un disertore della polizia militare. Si tratta di prove di quella che l’ONU ha definito “una politica di Stato di sterminio della popolazione civile”. Il sesto capitolo, infine, analizza come siano in preparazione file e dossier per futuri processi, quali sono i possibili meccanismi per processare i responsabili, anche alla luce delle esperienze passate, e quali quelli già attivati.

A questa tesi ha contribuito la ricerca tesi svolta in Olanda durante un soggiorno Erasmus di 11 mesi tra il 2015 e il 2016, in particolare interviste e colloqui avuti con esperti di diritto internazionale, investigatori del Tribunale penale internazionale per l’ex Yugoslavia, della Corte penale internazionale, di Amnesty International e con numerosi testimoni siriani. Alla tesi è infatti allegata un’Appendice che raccoglie alcune delle testimonianze più significative: quella di un disertore dell’esercito siriano di Damasco; quella di uno studente di Aleppo arrestato quattro volte dal regime; quella di un medico di Aleppo torturato per aver curato anche i manifestanti; quella di un volontario della Mezza Luna Rossa, testimone oculare del massacro di Banyas analizzato nel capitolo IV, quella di Mazen Alhummada, torturato per un anno e sette mesi nel complesso di Mezzeh dove sono state scattate le foto del caso Caesar; quella di Garance Le Caisne, giornalista freelance francese che ad oggi è l’unica ad aver intervistato Caesar; quella di Almudena Bernabeu, avvocatessa spagnola oggi impegnata in un ricorso legale in Spagna contro il regime siriano per il crimine di terrorismo di Stato.

Il dibattito sull’applicabilità dei meccanismi di repressione dei crimini internazionali al caso siriano è aperto e lo scopo di questa tesi è dimostrare che, nonostante le difficoltà politiche e nonostante il conflitto sia ancora in corso, esistono degli strumenti nel diritto internazionale che permettono di avviare sin d’ora processi di giustizia transizionale, a cominciare dal principio di giurisdizione universale, alla base di numerosi processi già avviati in Europa, ma non solo. Esplorare questi strumenti, dopo aver ricostruito i vari crimini e averli inquadrati nel contesto storico-sociale del conflitto, è il fulcro del presente lavoro. Perché fare giustizia è forse l’unico modo per pacificare le insanguinate terre siriane.

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INTRODUZIONE “Non si può arrivare alla pace senza fare giustizia, dando alle persone la fiducia che gli autori di stupri e massacri di massa risponderanno per quello che hanno fatto. Nient’altro potrà funzionare” 1 . Con queste parole Stephen Rapp, ex Procuratore del Tribunale speciale per la Sierra Leone oggi impegnato nel caso siriano, riassume la chiave di qualunque soluzione al conflitto siriano. Secondo stime sottostimate e non aggiornate i morti del conflitto sarebbero mezzo milione e le violenze hanno generato, in sei anni, quasi 7 milioni di rifugiati fuori dalla Siria e 9 milioni di sfollati interni, su un totale di 22,5 milioni di siriani: oltre il 50% della popolazione totale. Ciò che era iniziata come una sollevazione popolare in nome di libertà e diritti civili per tutti si è trasformata in una sanguinosa guerra, in cui hanno prevalso gli interessi di attori esterni. Secondo l’ONU si tratta della più grande catastrofe umanitaria del secolo. Dopo anni di atrocità, solo perseguibilità dei crimini e giustizia potranno ricucire la società siriana, aprendo la strada alla riconciliazione e alla pace. Ma come? Lo scopo di questa tesi è cercare di rispondere a questo complesso quesito avvalendosi degli strumenti del diritto internazionale umanitario da un lato e del diritto internazionale penale dall’altro. La tesi può infatti essere divisa in due parti: la prima analizza le principali fattispecie criminose dei crimini internazionali commessi in Siria da tutte le parti in conflitto; la seconda esplora criticamente quali sono i meccanismi di repressione di tali crimini oggi esistenti. L’obiettivo però non è fare una mera panoramica di tali meccanismi, ma analizzare la loro applicabilità al caso siriano nell’ambito della cosiddetta giustizia transizionale (Transitional Justice), definita dalle Nazioni Unite come “la gamma completa dei processi e dei meccanismi associati con i tentativi di una società di venire a patti con un passato di abusi su larga scala, al fine di garantire le responsabilità, servire la giustizia e la riconciliazione. Questi possono includere sia meccanismi giudiziari e non giudiziari con livelli diversi di coinvolgimento internazionale (o nessuno) che singoli procedimenti, riparazioni, ricerca della verità, riforme istituzionali, esami o licenziamenti, o una combinazione di questi” 2 . Quindi ogni società, a seconda del suo trascorso storico e politico, deve trovare i meccanismi migliori per fare giustizia senza necessariamente aspettare la fine delle ostilità: ci sono iniziative che possono essere svolte a conflitto ancora in corso, come si vedrà. Nello specifico, la tesi si articola in sei capitoli: il primo offre una panoramica sulla situazione siriana prima del 2011, concentrandosi sui 40 anni al potere della famiglia Assad, sulla situazione dei diritti umani, sulla composizione etnica e religiosa della società siriana e sulle radici della rivolta del 2011. Infine, fornisce una panoramica sulle varie fasi e gli attori del conflitto. Si tratta di una premessa indispensabile per capire cosa c’è alla base delle efferatezze in corso e per metterle nella giusta prospettiva. Il secondo capitolo cerca di dare 1 B. SLA VIN, Former US ambassador: There won't be peace in Syria without prosecution of Assad, al Monitor, 12/08/2015. 2 Concetto definito nel 2004 dal Segretario generale dell’ONU. Consiglio di sicurezza, The rule of law and transitional justice in conflict and post-conflict societies, Report of the Secretary- General, UN Doc S/2004/616, del 23 agosto 2004, p. 4, par. 8. 6

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