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Amore ed Eros tra kāvya ed epigrammi: visioni e incanti in India e in Grecia

La tesi (triennale) si prefigge un confronto socio-letterario tra il mondo greco-latino e quello sanscrito sul tema amoroso, nello specifico tra gli "epigrammi" indiani di Amaru e quelli greci della Antologia Palatina (libri V e XII). Si analizzeranno analogie e differenze in questo studio comparato. Lo studio sarà così tripartito: nel primo capitolo verrà analizzato lo schema trittico di poeta-committenza-pubblico nella visione dei kavayaḥ indiani e dei ‘poeti laureati’ greci, seguendo uno studio comparativo del milieu in cui operano tanto i poeti del kāvya (e l’origine del genere) quanto i grandi lirici corali greci (le opere a fondamento della mia analisi sono i celebri saggi sulla corte greca di B. Gentili 1984 e indiana di D. Smith 1985); un secondo capitolo verterà sulla poetica e sull’estetica letteraria che il kāvya “magicamente” si prefigge (si vedrà, non totalmente altro dai precetti dell’Anonimo del Sublime) così da meglio predisporre ai testi analizzati nel terzo capitolo; infine perciò, e più cospicuamente, un raffronto tematico, ma difficilmente sociologico, sul kāvya d’amore (śṛṅgāra-rasa), icastico nella Centuria di Amaruka, in parallelo con alcuni epigrammi erotici tratti dai libri V e XII dell’Antologia Palatina.

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Introduzione «Vihāya kāmānyaḥ sarvānpumāṁścarati niḥspṛhaḥ | nirmamo nirahaṁkāraḥ sa śāṁtimadhigacchati ||» “canta” il Divino Kṛṣṇa (uno dei dieci avatāra di Viṣṇu) nel suo “quinto Veda”, Bhagavad-Gītā II.71 e cioè: «L'uomo che, abbandonato ogni desiderio (kāma), vaga libero da legami | non [dice più] “è mio”, né “Io”; costui raggiunge la pace ||». Come ben sappiamo, però, per avere mens sana in corpore sano è al divino che bisogna rifarsi, giacché non è opera a misura d’uomo (ricorderemo che Arjuna, interlocutore di Kṛṣṇa nella Gītā, è figlio di Indra). Spesso tralasciato (stravolgente dimenticanza a dire il vero…) dalla ‘vulgata’, Giovenale nella sua decima satira, al verso 356, premette un «orandum est» alla gnome scelta a mostrare la vanità dei valori e dei beni che gli uomini cercano a tutti i costi di ottenere– havèl havalìm, per dirla con l’arcinoto Qohèlet ebraico I.2 e XII.8 ma, attenzione: la conclusione ultima del Predicatore Ecclesiaste è che la vanitas vanitatum non deve impedire all’uomo di riconoscere in Dio il proprio valore salvifico, lui che è il “tutto per l’uomo” (XII.9,15). E se la divinità parossistica che dovrebbe volere il nostro “amore” vuole invece il nostro “eros”, facendo durare «un istante l’orgasmo e tutta la vita la disperazione» (E. Cioran, Confessioni e anatemi) poiché «noi amiamo sempre... malgrado tutto; e questo “malgrado tutto” copre un infinito»? (E. Cioran, Sillogismi dell’amarezza) Lo studio sarà così tripartito: nel primo capitolo verrà analizzato lo schema trittico di poeta-committenza-pubblico nella visione dei kavayaḥ indiani e dei 4

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Emiliano Sciuba Contatta »

Composta da 94 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 41 click dal 17/05/2017.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.