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Gestione colturale e caratteristiche quanti-qualitative del luppolo in Piemonte: prove preliminari

Informazioni tesi

Autore: Gregorio Iannone
Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
Anno: 2015-16
Università: Università degli Studi di Torino
Facoltà: Agraria
Corso: Scienze agrarie
Relatore: CristianaPeano
Lingua: Italiano
Num. pagine: 66

Il settore del luppolo sta attraversando un periodo di crisi a livello mondiale che ha portato, nel corso degli anni a un ridimensionamento della coltura. Tale crisi è nata essenzialmente dalla comparsa di un forte squilibrio creatosi tra produzione ed effettivi bisogni del mercato in termini di quantità e qualità del prodotto. I principali fenomeni che hanno portato a questo squilibrio sono fondamentalmente due: da un lato il cambiamento di gusto dei consumatori, che si è spostato verso birre dal sapore meno amaro, dall’ altro lo sviluppo di nuove varietà ricche di alfa acidi che ha determinato un’offerta eccedentaria del prodotto. Tale situazione ha portato alla diminuzione del numero delle aziende e alla riduzione della produzione e della superficie coltivata del luppolo, favorita anche da misure speciali, quali il ritiro temporaneo dalla produzione e l’estirpazione delle superfici coltivate, che l’Unione Europea ha messo in atto negli anni passati. In Italia, però, in questi ultimi anni si è assistito all’importante sviluppo del settore della birra (soprattutto artigianale), che è cresciuto fino a raggiungere, in termini di consumo e di domanda, gli stessi numeri del vino, che vanta invece una tradizione ben radicata (circa 14.015 milioni di ettolitri). A favorire la grande espansione dei microbirrifici, sono intervenuti due importanti Decreti Ministeriali, nel 2010 e nel 2016. Il primo (D.M. n. 212) riconosce la birra non come semplice bevanda ma come prodotto agricolo a tutti gli effetti e il birrificio agricolo come azienda impiegata nella produzione e nella vendita di birra agricola e cioè una birra con una percentuale di materia prima prodotta in proprio non inferiore al 51%. Il secondo (Legge 28 luglio 2016 n. 154) ha di fatto colmato il vuoto normativo in materia, distinguendo in modo netto la birra artigianale (in cui mancano, nella fase di produzione, i processi di pastorizzazione e microfiltrazione) da quella industriale. La stessa legge, all’articolo 36, fa riferimento specifico al luppolo e sembra aprire la strada allo sviluppo di questa coltura in Italia. La legge attribuisce infatti al Mipaaf il compito di favorire il miglioramento delle condizioni di produzione, trasformazione e commercializzazione nel settore del luppolo e dei suoi derivati. Appare quindi evidente che il settore della birra artigianale italiana, legata al Movimento della birra Artigianale nato nel 1996, ha oggi le potenzialità di espandersi in termini di consumo, produzione e occupazione. Lo sviluppo e la promozione di tale comparto è però innegabilmente legato alle caratteristiche del prodotto artigianale Made in Italy, che ad oggi non è legato se non in minima parte all’utilizzo di materie prime di provenienza italiana (malto da orzo italiano). Ci sono quindi i requisiti per poter pensare a una coltivazione di luppolo in Italia, che soddisfi la crescente domanda di prodotto nazionale. In mancanza di esperienza italiana, sorge quindi spontanea la domanda di come fare a coltivare il luppolo, se imitare cioè i modelli dei grandi paesi produttori come Germania o USA oppure cercare di capire quali tecniche di allevamento e quali varietà si adattano meglio al nostro ambiente. L’obiettivo del lavoro è stato quello di valutare, su tre varietà, l’effetto del numero dei polloni allevati sulle caratteristiche della pianta e sulle caratteristiche quanti-qualitative dei coni. La sperimentazione si è svolta in campo, presso il luppoleto sperimentale di Cussanio (CN), dove sono state valutate le caratteristiche vegetative della pianta misurando altezza, diametro e numero di palchi portanti i fiori durante la stagione colturale, e presso i laboratori del DISAFA, dove sono state valutate le caratteristiche quantitative e qualitative dei coni, in particolare il loro contenuto di alfa acidi e di beta acidi, in diversi momenti di raccolta.

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1 1 - INTRODUZIONE 1.1 - STORIA DEL LUPPOLO Conosciuto in tutto il mondo per il suo utilizzo come ingrediente fondamentale della birra, il luppolo, Humulus lupulus L., è una pianta appartenente alla famiglia delle Cannabaceae, ordine Rosales, che vegeta spontaneamente in tutte le regioni a clima temperato e viene coltivata in gran parte nell’emisfero nord tra il 35° e il 55° parallelo e in Australia, Nuova Zelanda e Sud Africa a sud dell’equatore (Figura 1) (Briggs et al., 2004). Il genere Humulus ebbe probabilmente origine in Mongolia circa sei milioni di anni fa e da lì si diffuse in tutto il mondo: un gruppo europeo derivò dal gruppo asiatico più di un milione di anni fa, mentre un gruppo nordamericano migrò dal continente asiatico cinquecento mila anni più tardi. Il genere Humulus comprende tre specie: Humulus lupulus L., H. scandens (Lour.) Merr. e H. yunnanensis Hu. Le ultime due tuttavia non producono coni resinosi e, a parte l’uso ornamentale nei paesi di origine, non hanno interesse per l’industria della birra. Humulus lupulus è una specie estremamente polimorfa, caratterizzata da un forte grado di diversità intraspecifica. Esistono cinque sottospecie di H. lupulus:  cordifolius, diffuso in Asia orientale e Giappone;  lupuldoides, in America del Nord orientale, settentrionale e centrale;  lupulus, diffuso in Europa, Asia, Africa e America del nord;  neomexicanus, in nord America;  pubescens, negli Stati Uniti centro occidentali. Figura 1 Zone di coltivazione del luppolo nel mondo (www.barthhaasgroup.com)

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Parole chiave

birra
luppolo
piemonte
cono
oli essenziali
artigianale
beta acidi
hops
luppolina
alfa acidi

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