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Da incantatori di serpenti a danzatori. Trasformazioni coreutiche tra i kalbelia del Rajasthan.

Informazioni tesi

  Autore: Monica Murgia
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2014-15
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere e beni culturali
  Corso: Antropologia
  Relatore: Cristiana Natali
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 234

Tematiche riguardanti l'universo simbolico e culturale dei rom sono così diventate, lungo il personale percorso accademico bolognese, l'oggetto principale delle mie indagini.

Alla luce di questa premessa, occorre qui accennare alcuni dei temi dibattuti nel corso del primo capitolo e necessari per comprendere la portata di quella teoria che, già dall'Ottocento, ha sancito la connessione odierna tra gypsies occidentali e alcune comunità definite nomadi o semi-nomadi del Rajasthan, in passato considerate dalit o intoccabili (fino alla promulgazione della Costituzione indiana del 19508), impersonificate proprio dai kalbelia.

Per questo motivo, nel primo capitolo è sorta l'esigenza di esplorare a fondo le dinamiche storiche e culturali che hanno permesso ai soggetti della mia indagine di essere identificati con gli antenati viventi originari (o ur-gypsies) di tutti i rom.

In effetti è proprio la loro danza il simbolo incarnato e tangibile che oggi esprime tale connessione.

Il dato fondamentale da tenere in considerazione è quello che prevede la rivedicazione identitaria da parte dei kalbelia stessi che si riconoscono quali unici e autentici gypsies, denominando così la loro omonima arte coreutica una indian gypsy dance.

Perciò il mio interesse è stato quello di indagare, sulle orme della cosiddetta etnografia sensoriale quelle “embodied practices that shape identities and enable resistances” (Pink 2009, p. 29).

Quindi, sulla base di queste dinamiche, ho esplorato le possibili modalità di impiego che gli attori sociali fanno dell'identità anche attraverso un percorso d'indagine che tenesse conto del mito fondativo che vede i kalbelia far parte, da tempo immemore, di una jati10 i cui membri custodivano i segreti del mestiere di incantatori di serpenti.

Nel secondo capitolo si è evidenziato come l'interesse per il mondo indiano da parte dell'occidente non è affatto storia recente, visto che già dal Cinquecento appare chiara la spinta verso la ricerca dell'esotico rappresentato, nel nostro caso particolare, dai gypsies che “(especially women) furnish a fantasy/escape/danger figure for the Western imagination” (Silverman 2007, p. 340).

In questo capitolo vengono analizzati i mutamenti avvenuti in seno alla professione tradizionale, che hanno previsto l'avvento della preminenza della pratica coreutica su quella di incantatori di serpenti.

In relazione a questa tematica si è riportato come esempio la storia della danzatrice Gulabo Sapera, pioniera del repertorio attuale e oggi apprezzata a livello internazionale.

Considerando inoltre la danza alla stregua di un mezzo di comunicazione, ci si è voluti approcciare anche alle problematiche che riguardano il dominio sui corpi che danzano, rappresentati soprattutto dalle donne kalbelia che, come suggerisce la studiosa Ananya Chatterjea, “found themselves paradoxically both at the center and margin of the socio-cultural nexus in which they lived and worked” (2004, p. 145).

Partendo dal corpo come luogo dell'esperienza (Hastrup 1995), nel terzo capitolo si è spostato il focus dalle mere rappresentazioni di vita all'esperienza vissuta, tramite la metodologia del learning by doing che presuppone un certo tipo di coinvolgimento sociale, personale e sensoriale del ricercatore che, letteralmente immerso nel campo, o meglio nel paesaggio sensuale (Stoller 1989), giunge infine alla seguente riflessione: “il movimento umano non simbolizza la realtà, esso è la realtà” (Jackson 2011, pag. 48).

Le modalità di azione in questione costituiscono un ventaglio di possibilità di esserci-nel-mondo che, a loro volta si concretizzano nelle differenti manifestazioni degli stili di danza regionali praticati e descritti qui per la prima volta in maniera quasi esaustiva.

In questa occasione, da apprendista-ricercatrice sono stata costretta perciò a mettermi in gioco, posizionandomi sul campo in una relazione unica e innovativa che ha previsto il passaggio dalla condizione di studiosa a quella di studente e a loro volta i soggetti della ricerca, che in un primo momento vestivano i panni di informatori, li hanno mutati in quelli di maestri.

In virtù di ciò, molta importanza è data alla riflessione che ha riportato le vive voci degli attori sociali che hanno reso possibile la buona riuscita dell'indagine etnografica, ossia le danzatrici e insegnanti di danza kalbelia e, in riferimento al particolare contesto di Pushkar, quelle delle allieve riflettendo congiuntamente sull'importanza delle relazioni venute in essere sul campo tramite la condivisione dell'apprendimento delle medesime pratiche e la frequentazione dell'universo socio-culturale dell'alterità, dove il vivere-con (Piasere 2009, p. 74) sul campo ha consentito la realizzazione dell'unione tra esperienza esistenziale e intellettuale (Kilani 1994, p. 50).

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Introduzione La celebre danzatrice statunitense Isadora Duncan 2 aveva fatto notare in passato a coloro che le chiedevano delucidazioni sul perché lei danzasse come non fosse affatto facile esplicitare verbalmente una pratica come la sua affermando che, se avesse potuto dirlo a parole, non lo avrebbe danzato (Duncan 2003). Con questa lapidaria risposta, l'esponente pioniera della danza moderna ci conduce a effettuare una riflessione circa la difficoltà che scaturisce dal confronto con la propria esperienza vissuta, facendo qui riferimento preminentemente a un livello conscio. D'altra parte, persino compiere un'indagine – nel nostro caso etnografica – su corpi altrui può costituire una grande sfida epistemologica. I corpi “altri” (come il proprio d'altronde) cercano talvolta di sottrarsi a quei contesti in cui storicamente abbiamo cercato di incastrarli, al fine di poterli esaminare per mezzo di certe categorie o modelli statici vincolanti, vale a dire attraverso un approccio che rischia di bloccare il naturale flusso dinamico dell'azione nel mondo. Inoltre, in particolari contesti di ricerca etnografica, è giusto e doveroso che il ricercatore si interroghi su cosa potrebbe ancora essere utile dire riguardo il corpo altrui che non sia già stato indagato 3 . Nel mio caso, trattando temi che concernono le dinamiche di mutamento in seno a un certo saper-fare dei kalbelia del Rajasthan che ho potuto vedere espresso direttamente nella loro danza, ho voluto pormi delle specifiche domande – provando a osservare la complessità a partire dalla cosiddetta visione “dal basso” 4 – che volessero interrogare le intenzioni insite nell'atto comunicativo di un certo corpo danzante e soprattutto, che mi portassero a riflettere su cosa volevo vederci io in quel corpo. Da un certo punto di vista, rispetto a questi interrogativi, posso considerare come positivo il fatto che lo stato dell'arte circa l'oggetto della mia ricerca presenti una fase ancora embrionale: fino a oggi si possono annoverare un numero molto esiguo di ricerche antropologiche e indologiche incentrate sui kalbelia e in misura ancora minore sulla loro danza, considerato che si tratta di una espressione coreutica che ha conosciuto uno sviluppo solo di recente (anni Ottanta). Alla luce di queste e di molte altre riflessioni iniziali è scaturito il presente elaborato, 2 Dora Angela Duncan (1877/1888-1927) è stata una danzatrice e coreografa statunitense. 3 Queste alcune delle domande emerse durante il convegno di antropologia organizzato dall'Università di Bologna (Dipartimento delle Arti) avente come titolo: Danze africane in transito: spiriti ancestrali e miti dell'oggi, tenutosi il 18-19-20 novembre 2015 a Bologna. 4 Opposto quindi alla presunta oggettività proposta come metodo dai primi padri dell'antropologia (cfr. Clifford e Marcus 1986). 7

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anthropology of dance, dance and aesthetics, india

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